Il ramingo e il mare
Il vento salato gli scompigliava i capelli mentre sedeva immobile sullo scoglio, le gambe penzoloni verso l'acqua che ribolliva sotto di lui. Marco aveva quarantatré anni e il peso di una decisione che sembrava aver preso una vita intera fa, anche se erano passati solo sei mesi da quando aveva chiuso la porta di casa per l'ultima volta.
Le onde si infrangevano con ritmo ipnotico contro gli scogli, schizzi di schiuma bianca che danzavano nell'aria prima di ricadere nel blu profondo. Ogni onda era diversa, pensò. Alcune arrivavano timide, quasi chiedendo permesso prima di toccare la roccia. Altre si lanciavano furiose, come se volessero conquistare la terraferma, per poi ritirarsi sconfitte ma mai dome, pronte a ritentare.
Era così che si sentiva lui: un'onda che aveva deciso di non ritirarsi più.
Il sole del tardo pomeriggio dipingeva il mare di tonalità dorate e arancioni, mentre i gabbiani volteggiavano sopra la sua testa lanciando i loro richiami striduli. Marco li guardava e sorrise amaramente. Anche loro erano raminghi, in fondo. Non appartenevano né alla terra né al mare, ma a quello spazio indefinito tra i due mondi.
Ripensò alla scrivania incasinata dell'ufficio che aveva abbandonato. Quaranta metri quadrati di gelidi neon fluorescenti e aria condizionata, dove il tempo si misurava in fogli di calcolo e riunioni noiosissime che sembravano sempre uguali a se stesse. Suo padre, uomo anziano e pragmatico, gli aveva detto che era un pazzo a lasciare un lavoro sicuro. Sua madre ovviamente aveva pianto, convinta che stesse buttando via il suo futuro.
Ma quale futuro? Quello già scritto, già pianificato, già vissuto da migliaia prima di lui?
Una goccia d'acqua salata gli bagnò il viso. Non era una lacrima - si rifiutava di piangere per una scelta che sentiva giusta fino nel midollo. Era il mare che lo battezzava, che lo accoglieva nella confraternita di quelli che non si accontentano di guardare l'orizzonte dalla finestra.
Aveva venduto tutto. L'auto, i mobili, persino la collezione di vinili che aveva messo insieme con tanta cura, tutti i libri e le raccolte di fumetti. Ora tutto quello che possedeva stava in uno zaino logoro appoggiato accanto a lui: qualche cambio di vestiti, un sacco a pelo, un diario dove annotava pensieri sparsi e schizzi dei luoghi che visitava, una macchina fotografica usata comprata al mercatino, e un sacchetto pieno di interrogativi.
I suoi amici lo avevano guardato come si guarda un malato terminale quando aveva annunciato la sua decisione. "È solo una fase," aveva detto Giulia, la sua ex ragazza anche un po’ stronza da cui ex. "Tornerai quando avrai finito i soldi." Ma non capivano che non si trattava di soldi. Si trattava di respiro. Di spazio. Di scoprire chi fosse Marco quando non doveva essere il Marco che tutti si aspettavano.
Le onde continuavano il loro assalto eterno agli scogli. Alcune rocce, notò, erano state levigate fino a diventare lisce come seta. Altre conservavano spigoli taglienti, resistendo ostinatamente all'erosione. Si chiese quale tipo di roccia fosse lui. Se il mondo lo avrebbe levigato o se avrebbe mantenuto i suoi spigoli.Forse la seconda.
Aveva dormito sotto le stelle in Provenza, aveva camminato per giorni lungo il Cammino di Santiago, aveva lavorato in una fattoria in Irlanda in cambio di vitto e alloggio. Ogni posto gli aveva insegnato qualcosa, ogni persona incontrata aveva aggiunto un tassello al mosaico che stava componendo. Un lieve profumo di libertà.
C'era stato Jean-Pierre, il vecchio pescatore bretone con una cicca spenta all’angolo della bocca, che gli aveva insegnato a leggere il mare. "Il mare non mente mai," gli aveva detto mentre riparavano le reti. "Gli uomini sì, continuamente. Ma il mare ti dice sempre la verità, anche quando non vuoi sentirla."
E Astrid, la ragazza norvegese con cui aveva condiviso una settimana in un ostello di Lisbona, che gli aveva mostrato come si poteva essere soli senza sentirsi solitari. "La solitudine è una scelta," gli aveva detto l'ultima sera, mentre guardavano il tramonto dal Miradouro da Senhora do Monte. "La loneliness è una condizione. Impara la differenza."
Poi c'era stato il momento in cui, su un treno notturno attraverso la Germania, aveva realizzato che non sentiva più il bisogno di controllare il telefono ogni cinque minuti. Le notifiche, i like, i commenti - tutto quel rumore di fondo che aveva creduto essenziale si era dissolto nel silenzio benedetto del vagone che correva nella notte.
Il sole stava calando più in basso ora, trasformando il mare in una distesa di mercurio liquido. Marco si alzò in piedi sullo scoglio, sentendo i muscoli protestare dopo ore di immobilità. Il vento era aumentato, portando con sé il profumo di tempesta lontana.
Guardò verso nord, dove la costa si perdeva in una foschia violacea. Domani avrebbe ripreso il cammino in quella direzione. Aveva sentito parlare di un piccolo villaggio di pescatori dove cercavano braccia per la stagione del tonno. Avrebbe lavorato qualche settimana, messo da parte abbastanza per continuare.
Ma non era il lavoro che cercava. Era quella sensazione che provava ora, in piedi su quello scoglio, con il mondo intero davanti e nessuna catena a trattenerlo. Era la libertà di svegliarsi ogni mattina e decidere, proprio in quel momento, quale direzione prendere. Era la possibilità di essere straniero ovunque e quindi, paradossalmente, a casa ovunque.
Sua nonna, prima di morire, gli aveva detto con un sorriso: "La vita è troppo breve per viverla secondo i sogni degli altri." All'epoca non aveva capito. Ora, con il sale del mare sulla pelle e il vento che gli riempiva i polmoni, finalmente comprendeva.
Non era scappato. Non era in fuga. Stava correndo verso qualcosa, anche se non sapeva ancora esattamente cosa fosse. Ogni passo lo avvicinava a una versione di sé che non aveva mai osato immaginare quando era seduto in quella gabbia di vetro e cemento.
Le prime stelle cominciavano a brillare nel cielo che si oscurava. Marco raccolse lo zaino e si incamminò lungo il sentiero che serpeggiava tra gli scogli. I suoi passi erano sicuri nonostante la luce calante. Aveva imparato a fidarsi dei suoi piedi, del suo istinto.
Mentre si allontanava, si voltò un'ultima volta verso il mare. Le onde continuavano la loro danza eterna, indifferenti alla sua presenza o assenza. Eppure, in qualche modo, sentiva di portarsele dentro. Ogni onda che aveva osservato era diventata parte di lui, del suo ritmo interno.
Un pescatore locale, sistemando le reti sulla banchina, lo salutò con un cenno del capo. Marco rispose al saluto. Non si conoscevano, probabilmente non si sarebbero mai più rivisti, ma in quel momento condividevano qualcosa: l'appartenenza a quel crepuscolo, a quel luogo sospeso tra giorno e notte, tra terra e mare.
Mentre camminava verso il paese, dove avrebbe cercato un posto per passare la notte, Marco pensò a tutti quelli che aveva lasciato. Si chiese se lo capivano ora, se avevano smesso di aspettare che tornasse. Sperava di sì. Non per crudeltà, ma perché voleva che anche loro trovassero il coraggio di ascoltare le proprie onde interne, invece di soffocarle sotto strati di convenzioni e aspettative.
Il suo telefono, spento da giorni, pesava nella tasca come una pietra. Prima o poi avrebbe chiamato casa, avrebbe detto che stava bene. Ma non ancora. Non finché le parole giuste non si fossero formate, cristallizzate come il sale che il mare deposita sugli scogli.
Per ora, camminava. Un passo dopo l'altro, verso la prossima alba, verso il prossimo orizzonte, verso la prossima versione di se stesso che lo attendeva dietro l'angolo di una strada sconosciuta.
Le luci del paese brillavano davanti a lui, promessa di calore e riparo. Ma Marco sapeva che il vero riparo lo aveva trovato in se stesso, in quella decisione presa sei mesi prima, quando aveva scelto l'incertezza del mare aperto invece della sicurezza del porto.
E mentre le onde continuavano a cantare la loro canzone antica alle sue spalle, Marco sorrise. Non un sorriso amaro questa volta, ma genuino, profondo. Il sorriso di chi ha trovato, finalmente, il proprio ritmo nel grande spartito del mondo.
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