Il sapore del tempo
La pioggia batteva sui vetri appannati dell'osteria "Da Nino" con quella insistenza tipica dei pomeriggi autunnali torinesi. All'interno, il calore del camino acceso si mescolava al profumo di brasato e polenta, creando quell'atmosfera intima e raccolta che solo certi luoghi sanno offrire. Le pareti di mattoni a vista erano punteggiate di fotografie in bianco e nero: volti di avventori storici, momenti di festa, frammenti di una Torino che non c'era più.
Giuseppe Ferretti, settantadue anni, capelli completamente bianchi ma ancora folti, si era rifugiato lì per sfuggire al temporale improvviso. Aveva lasciato l'auto qualche isolato più in là e stava tornando dalla visita di controllo dal medico quando le prime gocce lo avevano colto di sorpresa. Ora sedeva a un tavolino d'angolo, le mani rugose avvolte attorno a un bicchiere di Barolo, osservando distrattamente il via vai dei camerieri.
"Beppe? Ma sei tu davvero?"
La voce lo fece sobbalzare. Giuseppe alzò lo sguardo e per un momento il tempo sembrò fermarsi. Davanti a lui, con un sorriso incredulo stampato sul volto segnato dagli anni, c'era Mario Rossi. I capelli, un tempo neri e ribelli, erano ora una corona argentata che incorniciava un viso magro ma ancora vivace. Gli occhi, quelli erano rimasti identici: scuri, penetranti, pieni di quella malizia bonaria che Giuseppe ricordava benissimo.
"Mario!" esclamò alzandosi di scatto, quasi rovesciando il bicchiere. "Non ci posso credere!"
I due uomini si abbracciarono con quella commozione che solo i veri amici sanno provare dopo decenni di lontananza. Si tennero stretti per lunghi secondi, come se volessero recuperare tutto il tempo perduto in un solo gesto.
"Ma guarda te," disse Mario tirandosi indietro per osservarlo meglio. "Sei sempre lo stesso, solo un po' più... distingué!"
"Distingué un corno!" rise Giuseppe. "Sono diventato vecchio come te, canaglia. Ma siediti, siediti! Che ci fai qui?"
Mario si accomodò di fronte all'amico, facendo cenno al cameriere. "La stessa cosa che fai tu, immagino. Cercavo riparo dalla pioggia. Stavo tornando a casa dopo aver portato i documenti per la pensione."
"Anche tu in pensione?"
"Da due anni. E tu?"
"Da tre. Sai che non riesco ancora a crederci che siamo qui, insieme, dopo... quant'è? Trent'anni?"
Mario calcolò mentalmente. "Trentadue, per la precisione. L'ultima volta è stata al matrimonio del tuo Marco, nel '93."
Giuseppe annuì, il volto che si fece improvvisamente malinconico. "Già, il matrimonio di Marco. Poi tu sei partito per Milano per quel lavoro, io sono rimasto qui con la fabbrica di mio padre... e ci siamo persi di vista."
"La vita, Beppe. La vita che ti trascina via come un fiume in piena."
Il cameriere si avvicinò e Mario ordinò un Nebbiolo. Quando furono di nuovo soli, Giuseppe si sporse in avanti, appoggiando i gomiti sul tavolo di legno consumato.
"Raccontami tutto. Moglie? Figli? Come hai passato questi anni?"
Mario sorrise, ma nei suoi occhi Giuseppe colse una sfumatura di tristezza. "Ho sposato Carla, te la ricordi? Quella bionda che lavorava in banca."
"Certo che me la ricordo! Eri pazzo di lei già ai tempi del liceo."
"Esatto. Ci siamo sposati nel '95, due anni dopo essere andato a Milano. Abbiamo avuto una figlia, Giulia. È dottoressa ora, lavora a Roma. Sposata, due bambini."
"E Carla?"
Il sorriso di Mario si spense. "È mancata sei anni fa. Tumore."
Giuseppe sentì un nodo alla gola. "Mi dispiace tanto, Mario. Non lo sapevo."
"Come potevi saperlo? Ormai non avevamo più contatti con nessuno di qui. È stata dura, sai? Quarant'anni insieme..."
I due rimasero in silenzio per qualche istante, il peso delle parole che aleggiava tra loro. Poi Giuseppe posò una mano sulla spalla dell'amico.
"E tu? Dimmi delle tue cose belle."
Giuseppe si schiarì la voce. "Anch'io mi sono sposato, con Lucia, quella che faceva la maestra. Marco lo conosci già, poi abbiamo avuto Elena. Lei è rimasta qui a Torino, lavora in comune. Marco invece si è trasferito a Genova, fa l'ingegnere navale."
"Lucia sta bene?"
"Benissimo. È in casa, sta preparando la cena per i nipoti. Dovremmo essere nonni modello, a quest'ora," rise Giuseppe.
"Invece siamo qui a bere vino come due scavezzacollo."
"Proprio come ai vecchi tempi!"
La conversazione prese quota, alimentata dai ricordi e dal vino che continuavano a ordinare. L'osteria si era nel frattempo riempita di gente che cercava rifugio dalla pioggia e di avventori abituali che venivano per l'aperitivo.
"Ti ricordi quando abbiamo fatto quella gita in Val di Susa con la compagnia?" disse Mario, gli occhi che brillavano di divertimento.
"Quella volta che Pierino si è perso nel bosco?"
"Proprio quella! E noi che l'abbiamo cercato per ore, solo per scoprire che era tornato al paese da solo e stava mangiando panettone dalla zia!"
Giuseppe scoppiò a ridere. "E Franco che si era innamorato di quella ragazza di Susa, come si chiamava?"
"Giovanna! Franco era così timido che non riusciva a dirle due parole. Ci avevamo messo noi a fargli da Cupido."
"E alla fine si sono fidanzati!"
"Sì, e poi sposati. Hanno avuto tre figli."
"Franco... l'ho visto l'anno scorso al funerale di suo padre. Mi ha detto che fa il pensionato felice, coltiva l'orto e fa il nonno a tempo pieno."
Mario annuì, poi il suo sguardo si fece pensieroso. "E Giulio? Hai mai più saputo niente di Giulio?"
Giuseppe esitò. "È morto, Mario. Tre anni fa. Infarto."
"Cristo santo..." Mario si portò una mano al petto. "Giulio... era così pieno di vita. Ti ricordi le sue imitazioni? Faceva morire dal ridere quando imitava il preside."
"Il professor Marchetti! 'Giovani virgulti, la cultura è il nutrimento dell'anima!'" citò Giuseppe mimando la voce solenne del vecchio preside.
Entrambi scoppiarono a ridere, ma era una risata malinconica, piena di rimpianto per gli amici che non c'erano più.
"E che dire di quelle serate al circolo?" continuò Mario. "Le partite a carte che finivano all'alba, le discussioni infinite su calcio e politica..."
"Ah, le discussioni politiche! Tu eri comunista convinto, io democristiano per tradizione di famiglia. Come litigavamo!"
"E ora?"
Giuseppe alzò le spalle. "Ora penso che avevamo torto tutti e due. O forse ragione tutti e due, non lo so più."
Mario annuì saggiamente. "L'età ti fa vedere le cose diversamente. Quello che sembrava così importante allora..."
"Sì, le priorità cambiano. Ora quello che conta davvero sono gli affetti, la famiglia, i ricordi belli."
Il cameriere si avvicinò per chiedere se volessero cenare. Erano ormai le otto passate e l'osteria si era trasformata nel ristorante serale. Senza nemmeno consultarsi, entrambi annuirono.
"Prendiamo il menu del giorno," disse Giuseppe. "E un'altra bottiglia di Barolo, quella buona."
"Stasera si festeggia!" aggiunse Mario.
Durante la cena, tra un piatto di agnolotti del plin e un brasato al Barolo che si scioglieva in bocca, i ricordi continuarono a fluire. Parlarono delle prime cotte, dei sogni giovanili, delle ambizioni che avevano avuto a vent'anni.
"Ti ricordi quando volevamo aprire quella ditta insieme?" disse Mario tagliando un pezzo di carne.
"L'officina meccanica! Avevamo anche trovato il capannone in via Nizza."
"E poi tuo padre ti ha convinto a rilevare la sua fabbrica di tessuti."
Giuseppe sospirò. "Già, il senso del dovere. Mio padre aveva costruito tutto dal niente, non potevo lasciarlo perdere."
"E hai fatto bene, sono sicuro che hai avuto successo."
"Sì, le cose sono andate bene. Ma ogni tanto mi chiedo come sarebbe stata la vita se avessimo fatto quella società. Magari saresti rimasto qui, non ci saremmo mai persi di vista..."
"I se e i ma, Beppe. Meglio non pensarci. Io a Milano ho fatto carriera, ho girato il mondo per lavoro. Ho visto posti che da ragazzo non avrei mai immaginato."
"Che lavoro facevi?"
"Ingegnere industriale in una multinazionale. Progetti in Germania, Francia, perfino in Giappone. Una vita interessante, anche se sempre in viaggio."
Giuseppe lo guardò con ammirazione. "Sei sempre stato il più brillante di noi."
"Macché! Ero solo più inquieto. Tu invece hai avuto la saggezza di costruire qualcosa di solido qui, nel posto dove sei nato. Hai le radici, io le ho sempre cercate."
Il vino iniziava a fare effetto e la conversazione si fece più intima, più profonda. Parlarono dei rimpianti, delle occasioni perdute, ma anche delle gioie inaspettate che la vita aveva riservato loro.
"Sai cosa mi manca di più di quei tempi?" disse Mario versando l'ultimo vino rimasto nella bottiglia.
"Dimmi."
"La spensieratezza. Quella sensazione che tutto fosse possibile, che avessimo tutto il tempo del mondo davanti."
Giuseppe annuì pensosamente. "È vero. Allora il futuro era un'avventura da scrivere. Ora..."
"Ora è il passato che ci definisce," completò Mario.
Rimasero in silenzio per qualche minuto, ascoltando il rumore della pioggia che continuava a battere sui vetri. L'osteria si era svuotata, restavano solo loro e un altro tavolo con una coppia di anziani che parlottava sottovoce.
"Beppe," disse Mario improvvisamente, la voce che si era fatta più seria.
"Dimmi."
"C'è una cosa che devo dirti. È per questo che sto tornando a Torino con più frequenza ultimamente."
Giuseppe sentì un brivido di preoccupazione. "Che succede?"
Mario si passò una mano sul viso, all'improvviso sembrato invecchiato di dieci anni. "Sono malato, Beppe. Tumore al pancreas. I medici mi hanno dato sei mesi, forse meno."
Il bicchiere quasi scivolò dalle mani di Giuseppe. "No... no, non può essere vero."
"È vero invece. L'ho scoperto due mesi fa, dopo una serie di esami. Non c'è niente da fare, è troppo avanzato."
Giuseppe si alzò di scatto e girò attorno al tavolo per abbracciare l'amico. "Mario, io... non so cosa dire."
"Non dire niente. È così, è la vita. Almeno ho avuto la fortuna di rincontrarti stasera. Sai, in questi ultimi tempi ho pensato spesso ai vecchi amici, a te in particolare. Mi chiedevo come stavi, cosa facevi."
"Ma perché non mi hai cercato prima? Avresti dovuto chiamarmi, scrivermi..."
"L'orgoglio, la paura... poi il tempo che passa e sembra sempre più difficile riprendere i contatti. Ma il destino ha voluto che ci incontrassimo qui, stasera."
Giuseppe si risedette, gli occhi lucidi di lacrime trattenute. "Quanto tempo hai?"
"I medici dicono da tre a sei mesi. Ma io mi sento ancora discretamente bene. Ho smesso le cure, troppo pesanti e inutili. Ho deciso di vivere questi mesi come voglio io."
"E cosa vuoi fare?"
Mario sorrise, un sorriso triste ma sereno. "Vorrei passare più tempo possibile con Giulia e i nipoti. E magari... magari rivedere qualche vecchio amico. Ecco perché ero qui a Torino oggi."
"Allora devi venire spesso da me e Lucia. Devi conoscere i miei nipoti, devi raccontarmi tutto quello che abbiamo perso in questi anni. Non possiamo sprecare il tempo che ci rimane."
"Grazie, Beppe. Sapevo che avresti detto così."
Il cameriere si avvicinò discretamente per avvertire che stavano per chiudere. Era quasi mezzanotte e la pioggia era finalmente cessata. I due amici pagarono il conto e si alzarono, ancora un po' incerti per il vino bevuto.
Fuori dall'osteria, l'aria era fresca e pulita. Le strade luccicavano sotto i lampioni e la città aveva quell'aspetto lavato e rinnovato che ha sempre dopo la pioggia.
"La mia auto è lì," disse Giuseppe indicando una Peugeot parcheggiata poco distante.
"La mia è dalla parte opposta. Ma non importa, preferisco camminare un po'."
Si incamminarono insieme lungo la via, senza fretta. Giuseppe aveva passato un braccio sotto quello dell'amico, come facevano da ragazzi quando tornavano dalle serate al cinema.
"Mario," disse Giuseppe fermandosi sotto un lampione.
"Dimmi."
"Promettimi che non sparirai di nuovo. Promettimi che, per tutto il tempo che hai, saremo di nuovo gli amici di sempre."
Mario sorrise e gli strinse la mano. "Te lo prometto, Beppe. E tu promettimi che, quando non ci sarò più, ogni tanto berrai un bicchiere di Barolo pensando alle nostre goliardate."
"Non dire queste cose..."
"È importante per me, Beppe. Promettimelo."
Giuseppe annuì, non riuscendo a parlare.
Si abbracciarono ancora una volta, lungo e forte, poi Mario si avviò nella sua direzione. Giuseppe lo guardò allontanarsi, la figura che diventava sempre più piccola nella notte torinese.
"Mario!" gridò quando l'amico stava per svoltare l'angolo.
"Sì?"
"Ci sentiamo domani!"
"Ci sentiamo domani!"
Giuseppe rimase lì finché l'eco dei passi dell'amico non si spense nel silenzio della notte. Poi salì in auto, ma invece di avviare il motore rimase seduto per alcuni minuti, ripensando alla serata appena trascorsa.
Quando finalmente arrivò a casa, Lucia lo aspettava ancora alzata.
"Come mai così tardi?" gli chiese preoccupata.
Giuseppe le raccontò tutto, dell'incontro casuale, della serata passata insieme, della terribile notizia. Lucia lo abbracciò forte, comprendendo il dolore misto alla gioia che il marito stava provando.
"Dobbiamo invitarlo spesso," disse Lucia. "Dobbiamo fargli sentire che ha ancora una famiglia qui."
Giuseppe annuì, sapendo di aver sposato la donna giusta.
Da quella notte, Giuseppe e Mario si videro ogni settimana. A volte andavano all'osteria "Da Nino", che era diventata il loro posto del cuore. Altre volte Mario veniva a pranzo da Giuseppe e Lucia, oppure facevano lunghe passeggiate nei parchi di Torino, raccontandosi tutto quello che si erano persi negli anni della lontananza.
Mario conobbe i nipoti di Giuseppe, che rimasero affascinati dalle sue storie di viaggi all'estero. Giuseppe accompagnò Mario a Milano per conoscere Giulia e i suoi bambini, e fu come essere accolto in una famiglia che non aveva mai conosciuto ma di cui faceva già parte.
I mesi passarono più velocemente del previsto. Mario mantenne la sua dignità e la sua allegria fino alla fine, continuando a raccontare barzellette e a ricordare i vecchi tempi anche quando le forze iniziarono a mancargli.
Giuseppe fu al suo capezzale negli ultimi giorni. Mario morì una mattina di primavera, con il sole che filtrava dalle finestre dell'ospedale e l'amico del cuore che gli teneva la mano.
Al funerale c'erano tutti: Giulia con la famiglia, Lucia, i figli e i nipoti di Giuseppe, e anche Franco con la moglie Giovanna, che erano venuti apposta da Genova per dare l'ultimo saluto all'amico ritrovato.
Giuseppe tenne il discorso commemorativo. Parlò dell'amicizia che il tempo non può cancellare, dei ricordi che ci rendono immortali, del regalo inaspettato che la vita aveva fatto loro regalando quegli ultimi mesi insieme.
"Mario diceva sempre che gli dispiaceva di avermi ritrovato così tardi," concluse Giuseppe con la voce rotta dall'emozione. "Ma io penso che sia stato perfetto così. Perché a volte è proprio quando il tempo stringe che capiamo veramente il valore delle cose importanti. Mario, amico mio, ogni bicchiere di Barolo sarà per te."
Quella sera, Giuseppe tornò all'osteria "Da Nino". Si sedette al loro tavolo d'angolo, ordinò una bottiglia di Barolo e ne versò due bicchieri. Ne bevve uno, l'altro lo lasciò lì, intatto, mentre guardava la piazza attraverso i vetri appannati e ricordava la voce dell'amico che raccontava le loro antiche gesta.
Il cameriere, che ormai li conosceva bene, non disse nulla quando vide il bicchiere pieno lasciato sul tavolo. Sapeva che alcune cose non hanno bisogno di spiegazioni.
E Giuseppe continuò ad andare lì ogni tanto, sempre con due bicchieri, sempre con un brindisi silenzioso all'amico che aveva ritrovato per perderlo di nuovo, ma che ora viveva per sempre nei ricordi più belli della loro giovinezza condivisa.
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