La notte che non finisce mai

La notte che non finisce mai


Era una di quelle notti in cui il sonno sembra diventare un lusso inaccessibile. Il vecchio Alfredo si rigirava nel suo letto da ore, avvolto nel silenzio di un sonno che non riusciva mai a venire.

La stanza, immersa nell'oscurità, sembrava riflettere il suo malessere. Le pareti spoglie, il letto vuoto accanto a lui, come un testimone della sua solitudine. Il ticchettio dell'orologio, che normalmente lo avrebbe fatto sentire a suo agio, ora gli suonava come un richiamo angoscioso alla realtà: il tempo che non passa, le ore che si stendono come un fiume senza fine.

Quando il sonno non arriva, non c’è altro da fare se non alzarsi, pensò. Si vestì lentamente, con una certa difficoltà, come se ogni movimento richiedesse uno sforzo che non riusciva più a sostenere.
La casa, che una volta aveva ospitato una famiglia numerosa, ora gli sembrava stranamente vuota. Il rumore dei suoi passi sulle piastrelle lucide, che riflettevano la poca luce che filtrava dalle persiane, gli dava la sensazione di camminare in un luogo che non gli apparteneva più.

La nostalgia lo assaliva, ma era un'emozione che non trovava più spazio nel suo cuore. Non riusciva più a piangere, nemmeno quando ne sentiva il bisogno.
Decise che doveva uscire, andare fuori, allontanarsi dal suo letto vuoto e dalla casa che ormai sembrava una prigione. Si avvicinò alla finestra, guardando la città che, come lui, sembrava dormire. Torino, avvolta nella nebbia leggera che la rendeva più misteriosa, più lontana. La città che aveva conosciuto da giovane, le strade piene di vita, i negozi aperti fino a tardi, i caffè pieni di conversazioni e risate. Ora, a quest'ora della notte, sembrava una città senza cuore.

Prese le chiavi della macchina e si diresse verso il garage. Il motore si accese con il consueto rumore metallico, mentre la luce dei fari illuminava brevemente il vuoto intorno a lui. Alfredo sentiva il peso della solitudine, ma anche una strana sensazione di libertà. La notte era sua, come se il mondo avesse smesso di girare, offrendo solo a lui il privilegio di attraversarlo.

Con le mani strette sul volante, cominciò a guidare senza una meta precisa, lasciando che la macchina lo portasse dove voleva. Le luci dei semafori e le strade deserte sembravano appartenere a un’altra era. Il centro di Torino, solitamente pieno di persone e di traffico, ora era desolato. Le vetrine dei negozi chiuse, i palazzi silenziosi, eppure Alfredo sentiva che in qualche modo tutto questo faceva parte di lui. Era come se la città avesse preso la sua stessa forma, fatta di vuoto e di attese infinite.

Mentre guidava, il pensiero che lo tormentava era uno solo: dove andare? Uscire dalla città. Perdersi. La campagna lo chiamava, anche se non riusciva a immaginare quale fosse il motivo di quel desiderio. Le strade di campagna gli sembravano più vere in quel momento, lontane dalle luci artificiali della città, lontane dal caos che gli aveva fatto compagnia per troppo tempo. La solitudine, per quanto dolorosa, gli sembrava più accettabile nella sua forma più autentica, quella che la natura offriva.

Si allontanò dalle luci della città, dirigendosi verso i colli torinesi. La strada si faceva sempre più stretta, il buio più profondo. I fari della macchina illuminavano a tratti i campi, che si stendevano come una distesa infinita di oscurità. Non c’erano altri veicoli, solo il suo respiro e il rombo del motore che rompeva il silenzio. Si sentiva come un fantasma, un’anima errante che vagava in un mondo che non lo riconosceva più. La sua mente era piena di pensieri confusi, ma la sua pelle sentiva il freddo dell’aria che filtrava dalla finestra aperta, e questo gli dava una strana sensazione di essere vivo.

Durante il viaggio, incontrò poche auto, quasi tutte ferme in qualche angolo solitario della strada. In una piccola piazzola di sosta, una giovane coppia stava fumando in silenzio, mentre guardavano il panorama. Si scambiarono uno sguardo fugace, ma nessuno dei due fece il minimo cenno di parlare. Alfredo si fermò per un istante, ma poi ripartì senza aggiungere nulla. Non c'era bisogno di parole, pensò. Erano tutti lì, immersi nella stessa solitudine.

Il viaggio lo portò fuori città, su strade che conosceva bene da giovane, ma che ora gli apparivano sconosciute. I piccoli paesi, con le loro case illuminate da una debole luce gialla, sembravano ancor più lontani, più irreali. Alfredo sentiva il peso degli anni sulle spalle, ma anche la voglia di fuggire, di ritrovare un tempo che ormai non esisteva più. La notte lo avvolgeva, accogliendolo in un abbraccio che lo rendeva più piccolo, come se fosse un bambino smarrito. Ma non aveva paura, non più. Solo un profondo senso di malinconia che lo accompagnava, un senso di vuoto che non riusciva a colmare.

Alla fine, dopo aver vagato per quasi due ore, decise di tornare a casa. Non sapeva se fosse stato il desiderio di vedere il nuovo giorno che stava per nascere o se fosse semplicemente la stanchezza a spingerlo. Rientrò a Torino, dove la città, lentamente, cominciava a svegliarsi. I primi autobus comparivano sulla strada, i negozi aprivano le serrande, e la vita ricominciava a scorrere.

Arrivato a casa, Alfredo non andò subito a letto. Si sedette alla finestra e guardò fuori. La città, che prima gli sembrava morta, ora si animava di colori, di suoni, di persone. Il mondo continuava a girare, nonostante lui, nonostante la sua insonnia, nonostante il suo silenzio. Eppure, in quel momento, capì che forse non aveva bisogno di sonno. Forse ciò che davvero cercava era il senso di un'esistenza che andava oltre la fatica della notte, oltre le ombre della solitudine.

Si appoggiò alla finestra, con il volto rivolto verso la città che si risvegliava, e restò lì, ad ascoltare il suono delle strade che cominciavano a riempirsi di vita.





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