La passeggiata
(seconda versione)
Il sole splendeva alto nel cielo, ma il suo calore sembrava svanire prima ancora di raggiungere la terra. Era una giornata di inverno, fredda e luminosa, e il mare, agitato e impetuoso, si estendeva davanti a lui come una creatura viva, respirava con un ritmo potente e primordiale. Le onde si alzavano e si abbattevano sulla riva con una forza che sembrava voler strappare via tutto ciò che incontravano. Il vento portava con sé il sapore della salsedine, pungente e intenso, e i gabbiani volavano bassi, quasi sfiorando le creste delle onde, emettendo gridi acuti che si perdevano nel fragore del mare.
Lui camminava lentamente, i passi affondavano nella sabbia bagnata, lasciando impronte che il mare avrebbe presto cancellato. Indossava un cappotto pesante, ma il freddo sembrava penetrargli fino alle ossa. Non importava. Quel freddo, quel vento, quel mare in tempesta erano parte di lui, in quel momento. Facevano parte della sua solitudine, della sua quiete, del suo silenzio interiore.Era un uomo solitario, abituato a stare con se stesso. Ma quella solitudine, oggi, sembrava più pesante del solito. I suoi pensieri erano come le onde: incessanti, tumultuosi, pieni di domande senza risposta. Si chiedeva perché si sentisse così distante da tutto e da tutti, perché il mondo gli sembrasse così vasto eppure così vuoto. Forse era sempre stato così, o forse era qualcosa che era cresciuto dentro di lui, lentamente, come una pianta selvatica che non riusciva a estirpare.
Mentre camminava, i gabbiani gli volavano vicino, quasi a ricordargli che non era completamente solo. Erano creature libere, senza pensieri, senza rimpianti. Li osservò per un momento, invidiandoli per la loro leggerezza. Poi il suo sguardo si spostò più in là, verso la linea dell’orizzonte, dove il mare e il cielo si confondevano in un azzurro pallido. E lì, in lontananza, vide una coppia anziana. Camminavano lentamente sul bagnasciuga, mano nella mano, come se il tempo non avesse alcun potere su di loro. Erano un’immagine di serenità, di amore che aveva resistito agli anni, alle tempeste, alla vita.
Quella vista gli fece venire un nodo alla gola. Ricordò. Ricordò volti, voci, momenti che credeva di aver dimenticato. Ricordò una donna, un tempo, che aveva camminato con lui su una spiaggia simile, in un giorno molto diverso. Ricordò le risate, le promesse, i sogni che sembravano così reali, così vicini. E poi ricordò il silenzio che era arrivato dopo, il vuoto che aveva riempito tutto. Forse era stato colpa sua, si disse. Forse aveva spinto tutti via, senza volerlo, senza nemmeno accorgersene. Era diventato un estraneo a se stesso, un uomo che camminava lungo una spiaggia deserta, in un giorno d’inverno, con il cuore pesante come una pietra.
Ma il mare, in quel momento, sembrava parlargli. Le onde, con il loro ritmo costante, gli sussurravano qualcosa di antico, di eterno. Era un suono che conosceva da sempre, che lo aveva cullato fin dall’infanzia. E in quel fragore, in quel respiro potente, trovò una strana pace. La solitudine non era più un peso, ma uno spazio. Uno spazio in cui poteva respirare, in cui poteva esistere senza doversi giustificare, senza doversi nascondere.
Si fermò per un momento, chiuse gli occhi e respirò profondamente. Il vento gli sferzava il viso, portando con sé gocce di acqua salata che si confondevano con le lacrime che non aveva mai permesso a se stesso di versare. Ma oggi, in qualche modo, quelle lacrime erano diverse. Non erano di dolore, ma di liberazione. Il mare le portava via, una dopo l’altra, lasciandolo più leggero, più sereno.
Quando riaprì gli occhi, i gabbiani erano ancora lì, volavano sospesi nel vento in cerchio sopra di lui, come se lo stessero proteggendo. La coppia anziana era ormai lontana, solo due piccole figure che si muovevano lentamente lungo la riva. E il mare, il mare continuava a respirare, potente e indifferente, come aveva fatto per milioni di anni.
Si sentì stranamente in pace. Forse non aveva tutte le risposte, forse non le avrebbe mai avute. Ma in quel momento, non importava. La vita era lì, intorno a lui, dentro di lui. E lui era parte di essa, parte di quel mare, di quel vento, di quel cielo infinito.
Con un ultimo sguardo all’orizzonte, si voltò e iniziò a camminare verso il paese. I suoi passi erano più leggeri adesso, il cuore meno pesante. La spiaggia era ancora deserta, il vento ancora freddo, il mare ancora in tempesta. Ma lui non era più lo stesso uomo che era arrivato lì. Aveva lasciato qualcosa sulla spiaggia, qualcosa che non gli serviva più. E forse, aveva trovato qualcos’altro. Qualcosa di piccolo, ma prezioso.
Il paese lo attendeva, con le sue luci, i suoi rumori, la sua frenesia. Ma lui non aveva fretta. Camminò lentamente, portando con sé il sapore del mare, il suono delle onde, la sensazione di quella pace improvvisa. E quando finalmente raggiunse le strade affollate, si sentì stranamente a casa. Perché sapeva che, ovunque fosse andato, il mare sarebbe sempre stato lì, ad aspettarlo.

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