Marco e Paola

Marco e Paola


Inverno. Era una di quelle notti in cui il freddo sembrava voler penetrare fino alle ossa. Notte nebbiosa. Il vento tagliente sferzava le strade deserte del quartiere, spazzando via le ultime foglie secche che danzavano come fantasmi nell’aria gelida. Le luci dei lampioni proiettavano ombre lunghe e sfocate, creando un’atmosfera quasi surreale. In quel silenzio rotto solo dal rumore lontano di un motorino, Marco, il metronotte, avanzava con passo lento portando la bicicletta a mano, il fiato che si condensava in piccole nuvole bianche davanti al viso.

Marco era un uomo sulla cinquantina, con un volto segnato dalle lunghe ore di lavoro notturno e dagli anni passati a osservare la città dormire. Portava con sé un’aria di rassegnazione, ma anche una certa ironia, come se avesse imparato a ridere delle cose, anche quando non c’era molto da ridere. Quel pomeriggio aveva ricevuto la notizia che il suo turno sarebbe stato ridotto: meno ore, meno soldi. E la fame, quella vera, quella che ti stringe lo stomaco, cominciava a farsi sentire. Lavoro di merda... ma doveva pur campare e con una fedina penale non candida, per discutibili scelte fatte in gioventù, e alla sua età trovare un altro lavoro era quasi impossibile.

Proprio mentre pensava a come avrebbe fatto arrivare la fine del mese, vide una figura familiare appoggiata al lampione che illuminava un triste marciapiede di fronte ad un vecchio palazzo. Era Paola, una prostituta non più giovane ma nonostante tutto ancora piacente, con un viso che raccontava storie di vita vissuta e occhi che avevano visto di tutto. Indossava un cappotto logoro, stretto intorno al corpo per proteggersi dal freddo, e le scarpe con i tacchi alti sembravano quasi una beffa in quella notte desolata.

“Ciao, Marco,” lo salutò lei, con un sorriso stanco ma sincero. “Anche tu in giro a quest’ora?”

“Eh, Paola, sai com’è. Il lavoro chiama,” rispose lui, avvicinandosi. “E tu? Non è un po’ tardi per essere ancora qui?”

Paola sospirò, guardando il cielo nero. “Sì, lo so. Ma oggi è stata una di quelle giornate… niente da fare, non si batte chiodo. Anzi direi che con ‘sta nebbia non si vede un cazzo… Ho solo voglia di tornare a casa, accoccolarmi con la mia gatta e dormire. Ma il freddo mi ha bloccata qui.”

Marco sorrise alla battuta ed annuì, comprensivo. “Anch’io non vedo l’ora di finire. E poi ho una fame che non ti dico. Ho anche saltato il pranzo oggi che ho dormito fino a tardi”

Paola lo guardò con uno sguardo che mescolava compassione e complicità. “Hai mangiato?”

“Beh, non proprio. Sai, con i turni ridotti…”

Paola esitò un attimo, poi fece un cenno con la testa. “Vieni su a casa mia. Ci facciamo uno spaghetto alla disperata e un po’ di vino rosso. Niente di che, ma almeno ti scaldi un po’.”

Marco la guardò sorpreso. “Paola, non voglio disturbare…”

“Ma che disturbi! Dai, siamo vecchi amici. E poi, lo sai, niente sesso. Solo un piattone di pasta e due chiacchiere. Qui fa troppo freddo e poi non si ferma nessuno, anche se sono un po’ “agee” la mia porca, appunto porca, figura la faccio ancora. Ma siamo a fine mese e soldi per il divertimento ce n’è pochi…. ”

Marco sorrise, un po’ imbarazzato, ma anche grato. “Allora, accetto. Grazie.”

I due si incamminarono insieme, le loro ombre che si allungavano sul marciapiede. Paola abitava in un piccolo appartamento al secondo piano di un palazzo fatiscente li vicino. L’ascensore non funzionava, come al solito, e salirono le scale lentamente, scambiandosi battute su quanto fosse assurda la vita.

Una volta dentro, l’atmosfera era accogliente, nonostante l’arredamento modesto e l’appartamento piccolo. Una lampada diffondeva una luce calda, e sul divano dormiva una gatta grigia, che aprì un occhio per osservare i nuovi arrivati prima di riaddormentarsi dopo aver salutato con un roco miao.

Paola accese un piccolo apparecchio stereo e la casa fu inondata da un piacevole jazz di sottofondo.

“Metto su l’acqua e preparo un sugo alla veloce ma sentirai che buono, ho il dna terrone e con il poco che ho in casa ti sorprenderò!” disse Paola, dirigendosi verso la piccola cucina. Marco si abbandonò sul divano, accarezzando distrattamente la gatta, che iniziò a fare le fusa. Cominciava a sentirsi bene. L’accoglienza, la piccola casetta, il calore, la gatta che gli si era accoccolata sulle ginocchia, il rumore di Paola che spentolava in cucina ed il profumo del sugo stavano dissipando la nebbia che Marco aveva nell’anima. Per un momento il suo pensiero si soffermò sull’idea di avere una compagna ed una casetta così; ma l’idea svanì in fretta, sapeva che era impossibile. Ma l’importante era godersi al massimo questo regalo.

“Che vita, eh?” disse Paola come se gli avesse letto nel pensiero, mentre mescolava la pasta in padella. “Due soli come pesci in un acquario vuoto.”

Marco rise. “Beh, almeno abbiamo la compagnia delle nostre ombre.”

Paola gli lanciò un’occhiata divertita. “Sei sempre il solito filosofo.”

Quando la pasta fu pronta, si sedettero a tavola, mangiando e discorrendo di banalità, godendosi il calore del cibo e del vino. Parlarono di tutto e di niente: del lavoro che scarseggiava, delle notti fredde, dei sogni che sembravano sempre più lontani. Del vuoto che li riempiva.

“A volte mi chiedo cosa sarebbe successo se avessi fatto scelte diverse,” disse Paola, guardando il bicchiere di vino. “Se avessi studiato, trovato un lavoro normale…”

“Anch’io,” ammise Marco. “Ma sai, la vita è fatta così. Prendi quello che ti viene dato e cerchi di andare avanti.”

Paola sorrise. “Sei un tipo strano, Marco. Ma mi piaci.”

“Anche tu mi piaci Paola, molto” gli sguardi che si incrociarono sapevano di sentimenti ormai nascosti e che mai sarebbero stati riscoperti.

Dopo aver finito di mangiare, Marco si alzò, sentendosi un po’ più leggero, non solo per lo stomaco pieno, ma anche per la compagnia. “Grazie, Paola. Mi hai salvato la serata.”

Lei lo accompagnò alla porta, sorridendo. “Figurati. Sai dove trovarmi, se hai di nuovo fame. Scusa se non chiedo di fermarti ancora un po’ ma sono distrutta, non ho più vent’anni, e sto crollando dal sonno”

Prima di uscire, Marco le diede una carezza sulla guancia, un gesto semplice ma carico di affetto e di un amore sottile. “Stai attenta, eh?”

Paola annuì con un debole sorriso, chiudendo la porta dietro di lui. Rimase lì per un momento, ascoltando i suoi passi che si allontanavano nelle scale. Poi tornò in salotto, si sedette accanto alla gatta e chiuse gli occhi, lasciandosi cullare dal calore della casa.

Fuori, Marco riprese il suo giro, il freddo che sembrava meno pungente ora. Si rimboccò il cappotto sopra la divisa e si incamminò portando la bicicletta a mano fischiettando un motivetto jazz che lo aveva fatto sognare a casa di Paola. La vita continuava, con le sue stranezze e le sue piccole luci nel buio. E forse, pensò, non era così male, dopo tutto.






Nessun commento:

Posta un commento