Le ombre e la luce


Capitolo I: Il Paradosso

C'era una volta, in una città dove i lampioni tremolanti disegnavano geometrie incerte sui marciapiedi bagnati, un uomo che aveva imparato ad amare il buio. Si chiamava Matteo, e ogni sera, quando il sole iniziava il suo lento declino dietro i palazzi di cemento, sentiva finalmente di poter respirare.

Non era sempre stato così. Da bambino correva verso la luce come tutti gli altri, cercava il calore dorato che filtrava dalle finestre della sua casa, si addormentava solo con la lucina notturna accesa. Ma qualcosa era cambiato, lentamente, impercettibilmente, come quando le stagioni scivolano l'una nell'altra senza che te ne accorga.

Ora, a trentacinque anni, Matteo lavorava come bibliotecario in una piccola biblioteca di quartiere, un luogo dove la penombra regnava sovrana tra gli scaffali polverosi e i volumi dimenticati. Durante il giorno teneva le tende socchiuse, accendeva solo le lampade strettamente necessarie, e quando i visitatori se ne andavano, spegneva anche quelle, immergendosi in un silenzio ovattato che sapeva di carta vecchia e di tranquillità.

Era in una di quelle serate, mentre riordinava i libri nella sezione di filosofia, che notò qualcosa di strano. La sua ombra, proiettata dalla debole luce di una lampada da tavolo, sembrava muoversi indipendentemente dai suoi gesti. Non era un movimento drammatico, piuttosto un leggero ritardo, come se l'ombra esitasse prima di seguire il corpo che doveva rispecchiare.

Matteo si fermò, osservando incuriosito quella macchia scura sul pavimento. Alzò la mano destra: l'ombra la seguì dopo un attimo di pausa. Mosse la testa a sinistra: l'ombra indugiò, poi si adeguò. Era come se stesse guardando se stesso in uno specchio con qualche secondo di ritardo nella connessione.

"Strano," mormorò, e l'ombra sembrò sussultare al suono della sua voce.

Capitolo II: La Scoperta

Nei giorni successivi, Matteo iniziò a prestare più attenzione alla sua ombra. Non era pazzo - di questo era certo - ma qualcosa di insolito stava accadendo. L'ombra non solo ritardava nei movimenti, ma a volte sembrava anticiparli, come se conoscesse le sue intenzioni prima ancora che lui le mettesse in atto.

Una mattina, mentre preparava il caffè nella piccola cucina del suo appartamento, l'ombra si mosse verso la credenza prima che lui decidesse di prendervi lo zucchero. Era un movimento appena percettibile, ma Matteo ormai aveva imparato a riconoscere questi piccoli segnali.

"Chi sei?" chiese sottovoce, sentendosi ridicolo ma incapace di resistere alla curiosità.

L'ombra si immobilizzò completamente. Per un momento, anche Matteo non si mosse, creando una perfetta sovrapposizione tra corpo e proiezione. Poi, lentamente, l'ombra iniziò a muovere la mano in un gesto che Matteo non stava compiendo: un lento saluto, come un'onda che si infrange sulla riva.

Il cuore di Matteo accelerò. Non era la sua immaginazione. La sua ombra era... viva? Consapevole? Aveva una volontà propria?

Quella sera, nella biblioteca deserta, Matteo posizionò una lampada in modo da creare un'ombra netta e definita sulla parete bianca dietro la sua scrivania. Si sedette e aspettò, osservando quella sagoma nera che era e non era lui.

"So che mi senti," disse piano. "Non so come, ma lo so."

L'ombra rimase immobile per lunghi minuti. Poi, con un movimento fluido e deliberato, annuì.

Capitolo III: Il Dialogo

Stabilire una comunicazione fu più semplice di quanto Matteo avesse immaginato. L'ombra poteva annuire o scuotere la testa, poteva indicare lettere su una pagina o numeri su un orologio. Era un processo lento, ma funzionava.

La prima cosa che Matteo volle sapere fu se l'ombra avesse un nome.

L'ombra indicò la lettera 'U' su un libro aperto, poi la 'M', poi la 'B', poi la 'R', e infine la 'A'. Umbra.

"Umbra," ripeté Matteo, e l'ombra ondeggiò leggermente, come se il suono del suo nome la facesse fremere di piacere.

Nei giorni che seguirono, i due stabilirono una routine. Matteo lavorava durante il giorno, sempre attento ai movimenti di Umbra, e la sera si sedevano insieme nella biblioteca per le loro conversazioni silenziose. Attraverso un paziente gioco di indicazioni e gesti, Matteo scoprì cose incredibili.

Umbra esisteva solo quando c'era luce. Senza luce, non c'era ombra, e quindi non c'era lei. Era come se ogni accensione di una lampada fosse una nascita, e ogni spegnimento una piccola morte. Viveva in una dimensione parallela fatta di contrasti e proiezioni, dove tutto ciò che per Matteo era solido e tangibile diventava bidimensionale e sfuggente.

"Deve essere terribile," disse Matteo una sera, "esistere solo quando qualcun altro decide di accendere una luce."

Umbra scosse la testa con decisione, poi indicò il cuore di Matteo e fece il gesto di abbracciare qualcosa. Matteo comprese: per lei, esistere era un dono, non una condanna. Ogni momento di luce era prezioso proprio perché fugace.

Capitolo IV: La Comprensione

Con il passare delle settimane, Matteo iniziò a capire qualcosa di fondamentale sulla natura delle ombre e su se stesso. Umbra aveva bisogno della luce per esistere, ma paradossalmente, la sua essenza era fatta di oscurità. Era un essere di contraddizioni, proprio come lui.

Matteo aveva sempre pensato di amare il buio perché lo tranquillizzava, perché lo proteggeva dal mondo esterno, perché gli permetteva di nascondersi. Ma parlando con Umbra, attraverso quei gesti silenziosi e quelle comunicazioni per simboli, capì che non era esattamente così.

Lui non amava il buio in sé. Amava la possibilità di scegliere quando essere visibile e quando no. Amava il controllo che il buio gli dava sulla sua esistenza. Nel buio, poteva essere chiunque volesse essere, o non essere nessuno. Era una libertà che la luce spietata del giorno non gli concedeva mai.

"Siamo opposti," disse una sera, osservando Umbra che danzava sulla parete mentre lui muoveva la lampada. "Tu hai bisogno della luce per esistere, io ho bisogno del buio per vivere davvero."

Umbra si fermò, poi indicò prima Matteo, poi se stessa, e infine fece il gesto di intrecciare le dita. Matteo sorrise. Anche Umbra aveva capito: erano due facce della stessa medaglia, due nature complementari che si completavano a vicenda.

Capitolo V: La Rivelazione

Una notte di tempesta, mentre Matteo lavorava alla luce di una singola lampada da scrivania, ci fu un blackout. L'elettricità saltò improvvisamente, immergendo la biblioteca in un buio totale. Matteo rimase seduto nella sua sedia, respirando nell'oscurità perfetta che tanto amava.

Per la prima volta da settimane, era completamente solo. Umbra non esisteva senza luce, e in quel momento Matteo si rese conto di quanto fosse diventata importante per lui quella presenza silenziosa. Nel buio assoluto che aveva sempre considerato il suo rifugio, ora si sentiva stranamente incompleto.

Cercò a tentoni una torcia nel cassetto della scrivania. Quando la accese, Umbra riapparve sulla parete, e Matteo provò un sollievo profondo e inaspettato.

"Anche tu mi sei mancata," sussurrò, e l'ombra sembrò inclinarsi verso di lui con affetto.

Fu in quel momento che Matteo comprese la verità più profonda della loro relazione. Umbra aveva bisogno della luce per esistere, ma lui aveva bisogno di lei per dare significato alla sua scelta del buio. Senza Umbra, il suo amore per l'oscurità era solo fuga. Con lei, diventava scelta consapevole.

Il buio non era più un nascondiglio, ma un luogo dove poteva essere autenticamente se stesso, dove poteva condividere i suoi pensieri più profondi con un essere che capiva il valore del contrasto, della dualità, della bellezza che nasce dall'equilibrio tra opposti.

Capitolo VI: L'Equilibrio

Nei mesi che seguirono, Matteo e Umbra svilupparono una relazione simbiotica sempre più profonda. Matteo imparò ad apprezzare la luce non come nemico del suo buio, ma come condizione necessaria per l'esistenza di Umbra. Iniziò a giocare con le lampade, creando giochi di luci e ombre che permettevano a Umbra di esprimersi in modi sempre nuovi.

Umbra, dal canto suo, gli insegnò che l'oscurità non era assenza di luce, ma sua conseguenza naturale. Non si poteva avere l'una senza l'altra. Ogni ombra era la prova dell'esistenza della luce, così come ogni momento di buio rendeva più prezioso quello di illuminazione.

Matteo iniziò a modificare le sue abitudini. Continuava ad amare il buio, ma ora lo alternava consapevolmente con momenti di luce dove poteva "parlare" con Umbra. La biblioteca divenne un luogo magico dove luci soffuse creavano paesaggi di ombre danzanti, dove il silenzio era popolato da conversazioni silenziose ma profonde.

I visitatori iniziarono a notare il cambiamento. La biblioteca aveva un'atmosfera diversa, più accogliente ma anche più misteriosa. Qualcuno disse che sembrava un posto dove potevano accadere cose straordinarie, anche se non sapevano spiegare perché.

Matteo sorrideva quando sentiva questi commenti. Se solo sapessero, pensava, osservando Umbra che lo salutava dalla parete ogni volta che qualcuno entrava.

Capitolo VII: La Saggezza dell'Ombra

Una sera d'autunno, mentre le foglie danzavano fuori dalla finestra illuminate dai lampioni, Matteo pose a Umbra una domanda che lo tormentava da tempo.

"Perché proprio io? Perché hai scelto di rivelarti a me?"

Umbra rimase immobile per lungo tempo, come se stesse riflettendo profondamente. Poi iniziò una serie complessa di gesti e indicazioni che Matteo dovette interpretare con pazienza.

Alla fine capì. Umbra non aveva scelto lui più di quanto lui avesse scelto di vedere lei. Era successo naturalmente, inevitabilmente, perché entrambi vivevano nell'equilibrio precario tra luce e buio, entrambi esistevano negli spazi di confine dove le certezze diventano sfumate.

Matteo aveva imparato ad amare il buio non per odio verso la luce, ma per apprezzamento del contrasto. Umbra esisteva nella luce non per negazione del buio, ma come sua naturale conseguenza. Erano entrambi esseri di soglia, creature che vivevano nei momenti di transizione.

"Siamo custodi dell'equilibrio," disse Matteo, e Umbra annuì con solennità.

Epilogo: La Danza Eterna

Anni passarono. Matteo invecchiò, i suoi capelli si fecero grigi, le sue mani più fragili. Ma ogni sera, nella biblioteca che era diventata il suo mondo, continuava la sua conversazione silenziosa con Umbra.

Aveva imparato che il buio non era fuga dalla realtà, ma parte integrante di essa. Aveva scoperto che le ombre non erano assenza di luce, ma sua manifestazione più sottile. Aveva capito che la sua natura solitaria non era difetto da correggere, ma caratteristica da onorare, purché bilanciata con momenti di connessione autentica.

Umbra gli aveva insegnato che ogni essere ha bisogno del suo opposto per definirsi completamente. Le ombre hanno bisogno della luce per esistere, ma la luce ha bisogno delle ombre per avere significato. Il buio ha bisogno della luce per essere riconoscuto come tale, ma la luce ha bisogno del buio per essere apprezzata nella sua bellezza.

E Matteo? Matteo aveva imparato che aveva bisogno del buio per essere se stesso, ma che questo buio acquistava senso solo in relazione alla luce, solo nella consapevolezza che era una scelta e non una condanna.

Ogni sera, quando spegneva l'ultima lampada della biblioteca, sussurrava un saluto a Umbra, sapendo che si sarebbero ritrovate il giorno dopo. E ogni mattina, quando accendeva la prima luce, sorrideva nel vedere la sua fedele compagna d'ombra apparire sulla parete, pronta per un altro giorno di conversazioni silenziose e comprensioni profonde.

In quel gioco eterno di luci e ombre, Matteo aveva trovato la sua pace. Non nella luce, non nel buio, ma nell'equilibrio tra i due, nella danza perpetua che li univa e li definiva.

E se qualche visitatore attento avesse osservato con cura, avrebbe potuto notare che a volte, nella biblioteca di Matteo, le ombre si muovevano con una grazia tutta loro, come se fossero vive, come se avessero qualcosa di importante da dire a chi sapeva guardarle davvero.

Perché le ombre, come aveva imparato Matteo, hanno bisogno della luce per esistere. Ma forse, solo forse, anche la luce ha bisogno delle ombre per ricordare quanto sia preziosa la sua presenza nel mondo.

E nel buio scelto consapevolmente, tra le pagine sussurrate dei libri antichi, continuava la conversazione più bella che Matteo avesse mai avuto: quella con la sua ombra, con se stesso, con l'equilibrio perfetto che nasce quando gli opposti smettono di combattersi e iniziano a danzare insieme.






 Il ramingo e il mare


Il vento salato gli scompigliava i capelli mentre sedeva immobile sullo scoglio, le gambe penzoloni verso l'acqua che ribolliva sotto di lui. Marco aveva quarantatré anni e il peso di una decisione che sembrava aver preso una vita intera fa, anche se erano passati solo sei mesi da quando aveva chiuso la porta di casa per l'ultima volta.

Le onde si infrangevano con ritmo ipnotico contro gli scogli, schizzi di schiuma bianca che danzavano nell'aria prima di ricadere nel blu profondo. Ogni onda era diversa, pensò. Alcune arrivavano timide, quasi chiedendo permesso prima di toccare la roccia. Altre si lanciavano furiose, come se volessero conquistare la terraferma, per poi ritirarsi sconfitte ma mai dome, pronte a ritentare.

Era così che si sentiva lui: un'onda che aveva deciso di non ritirarsi più.

Il sole del tardo pomeriggio dipingeva il mare di tonalità dorate e arancioni, mentre i gabbiani volteggiavano sopra la sua testa lanciando i loro richiami striduli. Marco li guardava e sorrise amaramente. Anche loro erano raminghi, in fondo. Non appartenevano né alla terra né al mare, ma a quello spazio indefinito tra i due mondi.

Ripensò alla scrivania incasinata dell'ufficio che aveva abbandonato. Quaranta metri quadrati di gelidi neon fluorescenti e aria condizionata, dove il tempo si misurava in fogli di calcolo e riunioni noiosissime che sembravano sempre uguali a se stesse. Suo padre, uomo anziano e pragmatico, gli aveva detto che era un pazzo a lasciare un lavoro sicuro. Sua madre ovviamente aveva pianto, convinta che stesse buttando via il suo futuro.

Ma quale futuro? Quello già scritto, già pianificato, già vissuto da migliaia prima di lui?

Una goccia d'acqua salata gli bagnò il viso. Non era una lacrima - si rifiutava di piangere per una scelta che sentiva giusta fino nel midollo. Era il mare che lo battezzava, che lo accoglieva nella confraternita di quelli che non si accontentano di guardare l'orizzonte dalla finestra.

Aveva venduto tutto. L'auto, i mobili, persino la collezione di vinili che aveva messo insieme con tanta cura, tutti i libri e le raccolte di fumetti. Ora tutto quello che possedeva stava in uno zaino logoro appoggiato accanto a lui: qualche cambio di vestiti, un sacco a pelo, un diario dove annotava pensieri sparsi e schizzi dei luoghi che visitava, una macchina fotografica usata comprata al mercatino, e un sacchetto pieno di interrogativi.

I suoi amici lo avevano guardato come si guarda un malato terminale quando aveva annunciato la sua decisione. "È solo una fase," aveva detto Giulia, la sua ex ragazza anche un po’ stronza da cui ex. "Tornerai quando avrai finito i soldi." Ma non capivano che non si trattava di soldi. Si trattava di respiro. Di spazio. Di scoprire chi fosse Marco quando non doveva essere il Marco che tutti si aspettavano.

Le onde continuavano il loro assalto eterno agli scogli. Alcune rocce, notò, erano state levigate fino a diventare lisce come seta. Altre conservavano spigoli taglienti, resistendo ostinatamente all'erosione. Si chiese quale tipo di roccia fosse lui. Se il mondo lo avrebbe levigato o se avrebbe mantenuto i suoi spigoli.Forse la seconda.

Aveva dormito sotto le stelle in Provenza, aveva camminato per giorni lungo il Cammino di Santiago, aveva lavorato in una fattoria in Irlanda in cambio di vitto e alloggio. Ogni posto gli aveva insegnato qualcosa, ogni persona incontrata aveva aggiunto un tassello al mosaico che stava componendo. Un lieve profumo di libertà.

C'era stato Jean-Pierre, il vecchio pescatore bretone con una cicca spenta all’angolo della bocca, che gli aveva insegnato a leggere il mare. "Il mare non mente mai," gli aveva detto mentre riparavano le reti. "Gli uomini sì, continuamente. Ma il mare ti dice sempre la verità, anche quando non vuoi sentirla."

E Astrid, la ragazza norvegese con cui aveva condiviso una settimana in un ostello di Lisbona, che gli aveva mostrato come si poteva essere soli senza sentirsi solitari. "La solitudine è una scelta," gli aveva detto l'ultima sera, mentre guardavano il tramonto dal Miradouro da Senhora do Monte. "La loneliness è una condizione. Impara la differenza."

Poi c'era stato il momento in cui, su un treno notturno attraverso la Germania, aveva realizzato che non sentiva più il bisogno di controllare il telefono ogni cinque minuti. Le notifiche, i like, i commenti - tutto quel rumore di fondo che aveva creduto essenziale si era dissolto nel silenzio benedetto del vagone che correva nella notte.

Il sole stava calando più in basso ora, trasformando il mare in una distesa di mercurio liquido. Marco si alzò in piedi sullo scoglio, sentendo i muscoli protestare dopo ore di immobilità. Il vento era aumentato, portando con sé il profumo di tempesta lontana.

Guardò verso nord, dove la costa si perdeva in una foschia violacea. Domani avrebbe ripreso il cammino in quella direzione. Aveva sentito parlare di un piccolo villaggio di pescatori dove cercavano braccia per la stagione del tonno. Avrebbe lavorato qualche settimana, messo da parte abbastanza per continuare.

Ma non era il lavoro che cercava. Era quella sensazione che provava ora, in piedi su quello scoglio, con il mondo intero davanti e nessuna catena a trattenerlo. Era la libertà di svegliarsi ogni mattina e decidere, proprio in quel momento, quale direzione prendere. Era la possibilità di essere straniero ovunque e quindi, paradossalmente, a casa ovunque.

Sua nonna, prima di morire, gli aveva detto con un sorriso: "La vita è troppo breve per viverla secondo i sogni degli altri." All'epoca non aveva capito. Ora, con il sale del mare sulla pelle e il vento che gli riempiva i polmoni, finalmente comprendeva.

Non era scappato. Non era in fuga. Stava correndo verso qualcosa, anche se non sapeva ancora esattamente cosa fosse. Ogni passo lo avvicinava a una versione di sé che non aveva mai osato immaginare quando era seduto in quella gabbia di vetro e cemento.

Le prime stelle cominciavano a brillare nel cielo che si oscurava. Marco raccolse lo zaino e si incamminò lungo il sentiero che serpeggiava tra gli scogli. I suoi passi erano sicuri nonostante la luce calante. Aveva imparato a fidarsi dei suoi piedi, del suo istinto.

Mentre si allontanava, si voltò un'ultima volta verso il mare. Le onde continuavano la loro danza eterna, indifferenti alla sua presenza o assenza. Eppure, in qualche modo, sentiva di portarsele dentro. Ogni onda che aveva osservato era diventata parte di lui, del suo ritmo interno.

Un pescatore locale, sistemando le reti sulla banchina, lo salutò con un cenno del capo. Marco rispose al saluto. Non si conoscevano, probabilmente non si sarebbero mai più rivisti, ma in quel momento condividevano qualcosa: l'appartenenza a quel crepuscolo, a quel luogo sospeso tra giorno e notte, tra terra e mare.

Mentre camminava verso il paese, dove avrebbe cercato un posto per passare la notte, Marco pensò a tutti quelli che aveva lasciato. Si chiese se lo capivano ora, se avevano smesso di aspettare che tornasse. Sperava di sì. Non per crudeltà, ma perché voleva che anche loro trovassero il coraggio di ascoltare le proprie onde interne, invece di soffocarle sotto strati di convenzioni e aspettative.

Il suo telefono, spento da giorni, pesava nella tasca come una pietra. Prima o poi avrebbe chiamato casa, avrebbe detto che stava bene. Ma non ancora. Non finché le parole giuste non si fossero formate, cristallizzate come il sale che il mare deposita sugli scogli.

Per ora, camminava. Un passo dopo l'altro, verso la prossima alba, verso il prossimo orizzonte, verso la prossima versione di se stesso che lo attendeva dietro l'angolo di una strada sconosciuta.

Le luci del paese brillavano davanti a lui, promessa di calore e riparo. Ma Marco sapeva che il vero riparo lo aveva trovato in se stesso, in quella decisione presa sei mesi prima, quando aveva scelto l'incertezza del mare aperto invece della sicurezza del porto.

E mentre le onde continuavano a cantare la loro canzone antica alle sue spalle, Marco sorrise. Non un sorriso amaro questa volta, ma genuino, profondo. Il sorriso di chi ha trovato, finalmente, il proprio ritmo nel grande spartito del mondo.








 Random Killer


Il sottobosco era fitto, impregnato dell’odore acre di terra umida e foglie in decomposizione. Il killer si era accovacciato dietro un cespuglio basso, invisibile nella penombra. L’aria era ferma, e ogni rumore — il fruscio di una foglia, lo schiocco di un ramo secco — sembrava amplificato.


La balestra era salda nelle sue mani, il legno levigato che aderiva perfettamente ai palmi. Attraverso l’ottica, il mondo si riduceva a un corridoio visivo: un piccolo tratto di sentiero che tagliava il bosco, e al centro di quel corridoio, il bersaglio. Una ragazza, un cane al guinzaglio che le trotterellava accanto.


Non c’era alcun legame tra loro. Nessun motivo, nessuna ragione personale. L’aveva vista entrare nel bosco qualche minuto prima e aveva deciso. Come sempre. La casualità era la sua regola.
Non è come premere un grilletto.


La balestra respira con me. La sento tendersi sotto le mie mani, i meccanismi che scattano piano, senza rumore. Non c’è esplosione, non c’è fuoco: solo la forza pura delle corde, la freccia che obbedisce. È silenzio, controllo, perfezione.
Non sono un assassino come gli altri. Non spreco polvere da sparo, non lascio bossoli che raccontino la mia storia. Io creo il mio tiro, lo preparo, lo caccio. Ogni colpo è un’opera.


Ho tempo. Posso restare fermo, in attesa. Posso vedere il bersaglio respirare, muoversi, convincersi di essere al sicuro. Loro non sanno che sto guardando.
Quando il dardo parte, è già deciso. Non è rabbia, non è caos. È ordine. E quando colpisce, c’è un istante di silenzio perfetto in cui il mondo si ferma…
Io non dimentico mai quel momento. Lo rivedo di notte, lo ripeto nella mia testa. E ogni volta so che non sarà l’ultima.


Ho pianificato tutto, specialmente il dopo. Non lascio tracce, la balestra l'ho costruita io come anche i dardi acquistando il materiale in posti diversi e in città diverse e pagando in contanti mascherandomi con parrucca o barba e baffi finti. Insomma sono un uomo comune e "invisibile" nella mia costruita "mediocrità". Praticamente inosservato.

La ragazza camminava tranquilla, inspirando a pieni polmoni l’odore resinoso degli alberi. Il cane, un meticcio dal pelo fulvo, annusava il terreno con entusiasmo, tirando leggermente il guinzaglio. Aveva scelto quel sentiero perché era poco frequentato, perfetto per schiarirsi la mente dopo la serata con le amiche.
Ripensava a quelle ore passate insieme: il locale affollato, i bicchieri che tintinnavano, le luci calde che avvolgevano i tavoli. Lucy aveva raccontato del nuovo ragazzo che stava frequentando, con quell’entusiasmo ingenuo che faceva sorridere. Martha, invece, aveva portato in tavola un vecchio aneddoto imbarazzante su di lei, costringendola a nascondere il viso tra le mani mentre ridevano tutte insieme.
Erano momenti semplici, eppure così pieni. Momenti che valeva la pena custodire.

Il killer regolò la distanza del tiro. La traiettoria era chiara: poche decine di metri, aria quasi immobile. Il dardo era già incoccato, la corda tesa, pronta a scattare.
Non provava alcun turbamento, nessuna eccitazione. La sua mente era un meccanismo puro, privo di emozioni, calibrato solo sul risultato. Non c’erano domande sul perché o sul dopo. Solo un “prima” e un “colpo”.
Il cane passò per un attimo davanti alla ragazza. Il killer attese, la pazienza radicata nelle ossa come parte integrante del suo essere.

La ragazza sorrideva tra sé. Pensava a quando, uscendo dal locale, avevano promesso di vedersi di nuovo la settimana successiva. Forse avrebbero organizzato una piccola cena a casa di una di loro, magari cucinando insieme. Si vedevano spesso, ma non era mai abbastanza.
Il cane la distolse dai pensieri strattonando verso un punto nel sottobosco, forse attratto da un odore. Lei lo richiamò con dolcezza, senza smettere di sorridere. Non immaginava che, a pochi metri, due occhi freddi la stessero fissando attraverso una lente.

Il killer inspirò a fondo. Il momento si avvicinava. Aveva già scelto il punto esatto: la tempia sinistra, una porzione di pelle liscia visibile oltre i capelli mossi dal vento.
Il dito si posò sul grilletto della balestra. Sentiva la tensione della corda, pronta a liberare tutta la sua forza in un istante. Il cane si era fermato, e la ragazza stava facendo un passo appena più lento, immersa nei suoi pensieri. Perfetto.

La ragazza sollevò lo sguardo verso il cielo, intravedendo il bagliore argenteo della luna tra i rami. Il bosco, in quell’ora, le dava un senso di pace primordiale. Sentiva il respiro regolare del cane, il fruscio delle foglie, e pensò a quanto fosse fortunata ad avere nella vita persone con cui condividere momenti belli, semplici.
Avrebbe voluto mandare un messaggio alle amiche appena tornata a casa, per ringraziarle della serata.

Il killer trattenne il respiro. Il mondo intero si ridusse a quell’istante, a quel cerchio visivo.
Premette il grilletto.

Il dardo partì con un sibilo breve, un rumore quasi dolce nella sua precisione. Attraversò lo spazio con una traiettoria netta e invisibile, fino a colpire la ragazza alla testa. Il corpo cedette di colpo, come se le gambe avessero dimenticato come sostenere il peso. Il cane si mise ad abbaiare, confuso, tirando il guinzaglio verso di lei.
Il killer abbassò la balestra. Nessuna emozione, nessun pensiero oltre al prossimo passo: sparire.
Si mosse nel sottobosco con la stessa calma metodica con cui aveva atteso il momento giusto. Nessuna impronta evidente, nessuna traccia. Quando il buio del bosco lo inghiottì, era già come se non fosse mai stato lì.
Dietro di lui, restavano soltanto il silenzio interrotto dai guaiti del cane e il corpo della ragazza, disteso tra le foglie.

Il corpo venne trovato due giorni dopo, era il quarto omicidio fatto con una balestra, ma nonostante il massiccio dispiego di forze non venne trovata nessuna traccia, molto probabilmente avrebbe ucciso ancora

-------------------------------------------------------------------------------

FASCICOLO INVESTIGATIVO – CLASSIFICATO

Agenzia: Federal Bureau of Investigation – Behavioral Analysis Unit (BAU)
Codice Caso: XB-214/Ω
Stato: ATTIVO – Profilazione comportamentale in corso
Oggetto: Omicidi multipli con arma a balestra
Data apertura caso: [redatto]
Agente incaricato: Supervisory Special Agent [redatto]

1. Sommario del caso
Dal [mese/anno redatto] sono stati registrati quattro omicidi in aree suburbane e rurali, tutti con causa di morte compatibile con penetrazione di dardo da balestra. Le vittime non presentano legami diretti, ma tutte si trovavano in contesti isolati al momento dell’attacco. Nessuna arma è stata abbandonata sulla scena.

2. Dettagli sugli omicidi
N°DataLocalitàProfilo vittimaFerita principaleNote1 12/03/20XX Contea di Mercer M, 42 anni, imprenditore Dardo nel torace Dardo rimosso dall’assassino
2 25/06/20XX Rivertown Park F, 33 anni, runner Dardo alla schiena Attacco in movimento, precisione elevata
3 09/10/20XX Elmwood Forest M, 57 anni, cacciatore Dardo al collo Scena con tracce di osservazione prolungata
4 14/02/20XX Blue Creek Road F, 29 anni, insegnante Dardo al cuore Luogo isolato, senza telecamere

3. Analisi forense
Arma: balestra a potenza media-alta, modello sportivo modificato, probabile uso di ottica da tiro.
Munizioni: dardi in fibra di carbonio, alcuni con punta da caccia a lama tripla; modifiche artigianali osservate.
Modalità di tiro: distanza stimata tra 10 e 25 metri, mira precisa su zone vitali.

4. Profilo psicologico (BAU)
Sesso ed età: maschio, 30–45 anni.
Personalità: meticoloso, paziente, orientato al controllo. Probabile disturbo narcisistico e ossessivo-compulsivo.
Competenze: conoscenze di balistica non convenzionale, caccia o tiro sportivo. Esperienza in ambienti boschivi o rurali.
Motivazioni: ritualizzazione dell’atto, soddisfazione psicologica più che guadagno materiale.
Rischio: alto – comportamento seriale con possibilità di escalation.

5. Pattern comportamentale
Attacchi pianificati, mai casuali.
Selezione di ambienti con scarsa o nulla sorveglianza.
Nessun recupero del dardo post-attacco → indicativo di trofeo o di eliminazione prove.
Tempistica variabile (intervalli di 3–6 mesi), ma in diminuzione.

6. Possibili collegamenti
Iscrizione a club di tiro con l’arco o balestra.
Presenza in forum online dedicati alle armi antiche o alla caccia.
Lavori o hobby che giustifichino possesso e trasporto di balestra.

7. Raccomandazioni operative
Sorveglianza dei campi da tiro e negozi specializzati.
Monitoraggio di acquisti di dardi e parti di balestra.
Analisi di telecamere su percorsi pedonali in aree rurali.
Diffusione di profilo pubblico con descrizione generica dell’arma per segnalazioni spontanee.
Tempistica variabile (intervalli di 3–6 mesi), ma in diminuzione.