Il silenzio delle pareti


La prima cosa che feci, quando finalmente ebbi la casa tutta per me, fu togliere gli specchi. Uno dopo l'altro, con metodica precisione: quello del bagno, quello nell'ingresso, il grande specchio della camera da letto che rifletteva troppa luce al mattino. Li impacchettai con cura e li portai in cantina, dove ora riposano coperti da vecchi lenzuoli come fantasmi di un'epoca passata.

Non fu un gesto drammatico. Non c'era rabbia, né disperazione. Era semplicemente necessario. Gli specchi ti costringono a guardarti, ti ricordano che esisti anche quando vorresti solo essere. E io volevo solo essere, senza il peso di osservarmi esistere.

La casa ora respira diversamente. Le pareti bianche non rimandano più immagini inattese, movimenti periferici che ti distraggono dal silenzio. C'è solo il suono dei miei passi sul parquet, il fruscio delle pagine che volto, il bollore dell'acqua per il tè che si prepara alle quattro precise ogni pomeriggio.

I vicini inizialmente bussavano. "Come stai? Non ti vediamo mai." Sorridevo educatamente dalla porta socchiusa, rassicuravo con poche parole gentili, chiudevo di nuovo. Non per scortesia, ma perché ogni conversazione era come aprire una finestra quando hai finalmente trovato la temperatura perfetta in casa.

Le giornate hanno preso un ritmo che nessuno capirebbe. Mi sveglio quando il corpo lo decide, non quando una sveglia lo pretende. Leggo finché gli occhi non si stancano, cucino quando ho fame, dormo quando il sonno arriva. È un lusso che la solitudine regala: vivere secondo i tuoi tempi biologici, non quelli sociali.

Ho scoperto che i libri parlano meglio quando non devi condividerne le impressioni. Le storie si depositano in te senza il bisogno di essere filtrate attraverso parole, giudizi, confronti. Rimangono pure, intatte, solo tue.

Il telefono suona raramente ormai. Qualche volta è mia sorella, che chiama per dovere fraterno più che per desiderio. "Dovresti uscire", dice sempre. Non capisce che io non sono rinchiuso: sono semplicemente a casa. C'è una differenza enorme tra fuggire dal mondo e scegliere consapevolmente il proprio spazio.

Le sere sono il momento più bello. Quando fuori le luci delle altre case si accendono e sento il brusio della vita familiare che filtra attraverso le finestre - televisori, conversazioni, pianti di bambini, risate - io mi siedo nella mia poltrona con una tazza tra le mani e mi sento completo. Non mi manca nulla di quello che sento di là fuori. Anzi, il contrasto mi fa apprezzare di più il mio silenzio scelto.

C'è chi pensa che la solitudine sia vuota. Non sanno che può essere piena. Piena di pensieri non interrotti, di piccoli piaceri non negoziati, di pace non disturbata. Non sanno che si può essere felici senza dover dimostrarlo a nessuno, nemmeno a se stessi attraverso uno specchio.

Stamattina ho trovato un biglietto sotto la porta: "Se hai bisogno di qualcosa, siamo qui." Firmato dai vicini del piano di sopra. L'ho tenuto in mano per un momento, poi l'ho piegato con cura e messo in un cassetto. Non perché non apprezzi il gesto, ma perché la vera gentilezza a volte è saper lasciare in pace chi ha scelto la pace.

La casa ora è veramente mia. Ogni angolo riflette i miei gusti, le mie abitudini, i miei silenzi. Non ci sono compromessi, non ci sono specchi che ti ricordano come appari agli altri. Ci sono solo io, e la perfetta armonia di una vita vissuta esattamente come l'ho sempre desiderata: in solitudine, ma non sola.







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