Le mie cazzate necessarie
Ero seduto davanti al computer alle tre di notte, con la faccia illuminata dal bagliore dello schermo e una tazza di caffè freddo in mano, quando mi sono reso conto che tutta la mia vita era stata una collezione accuratamente curata di cazzate strategiche.
Non fraintendermi. Non parlo delle classiche cazzate involontarie che tutti facciamo, tipo quella volta che ho mandato un messaggio d'amore destinato alla mia fidanzata al mio capo, o quando ho confuso il sale con lo zucchero davanti agli ospiti. No, quelle sono solo incidenti di percorso, gli sbagli che capitano.
Le mie erano cazzate intenzionali. Cazzate con uno scopo. Cazzate filosoficamente motivate.
Tutto è iniziato all'università, quando ho capito che se avessi seguito il percorso normale: laurea, master, lavoro sicuro, mutuo, matrimonio, figli, pensione, morte, sarei diventato statisticamente indistinguibile da qualsiasi altro essere umano della mia generazione. Una vita perfettamente funzionale e completamente inutile.
Così ho iniziato a fare cazzate per principio.
La prima grande cazzata è stata mollare ingegneria al quarto anno per iscrivermi a filosofia. Mia madre ha pianto per tre giorni consecutivi, mio padre ha smesso di parlarmi per due mesi, e io ho scoperto che Nietzsche aveva ragione: Dio è morto, ma soprattutto sono morte le aspettative dei miei genitori su di me.
La seconda cazzata è stata trasferirmi in una città dove non conoscevo nessuno, con 347 euro in tasca e la brillante idea di diventare scrittore. Ho vissuto per sei mesi mangiando pasta in bianco e bevendo vino del discount, scrivendo racconti che nessuno voleva leggere. Ma in quei sei mesi ho imparato più cose su me stesso che nei vent'anni precedenti.
La terza cazzata è stata innamorarmi di una ragazza che stava partendo per l'Australia. Invece di lasciarla andare con dignità, ho fatto la cosa più stupida possibile: l'ho seguita. Ho preso il primo volo per Melbourne con un biglietto di sola andata pagato con la carta di credito. Lei mi ha lasciato dopo due settimane, ma io sono rimasto altri otto mesi, lavorando nei campi e scoprendo che il mondo è molto più grande di quanto pensassi.
Ogni cazzata mi ha insegnato qualcosa che non avrei mai imparato facendo la cosa "giusta". Ogni scelta apparentemente stupida mi ha portato in luoghi, fisici e mentali, dove non sarei mai arrivato seguendo il GPS della normalità.
Adesso, seduto qui a guardare indietro, vedo il senso. Tutte quelle decisioni sbagliate hanno formato una traiettoria che, paradossalmente, sembra molto più giusta di qualsiasi pianificazione razionale.
Ho un lavoro che amo (anche se paga poco), vivo in una casa piccola ma piena di libri e di ricordi interessanti, ho amici sparsi per il mondo che ho incontrato nei momenti più improbabili, e soprattutto ho la sensazione di aver vissuto davvero.
Perché la verità è questa: puoi scegliere di vivere una vita perfetta sulla carta ma vuota dentro, oppure puoi scegliere di fare un sacco di cazzate e scoprire chi sei veramente quando tutto va a rotoli.
Io ho scelto le cazzate. E ogni volta che guardo le vite perfettamente ordinate dei miei ex compagni di università, con le loro case in periferia, i loro SUV e le loro vacanze programmate con sei mesi di anticipo, penso che forse l'unica vera cazzata sarebbe stata non farne nessuna.
Alla fine, l'unico modo per rendere significativa una vita che di per sé non ha senso è riempirla di scelte che sembrano non avere senso. È un paradosso bellissimo, se ci pensi.
O forse è solo l'ennesima cazzata che mi sto raccontando per giustificare tutte le altre.
Ma anche questo, dopotutto, è perfetto.
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