Il mattone e i cerchi


Mario fissò l'acqua dello stagno con l'espressione di chi ha appena scoperto che Babbo Natale non esiste. Il mattone era sparito sotto la superficie torbida, lasciando dietro di sé una serie di cerchi concentrici che si allargavano con l'indifferenza di chi conosce le leggi della fisica meglio delle aspettative umane.

"Dovevano essere quadrati," mormorò, come se l'universo gli dovesse delle scuse personali.

Era partito quella mattina con la certezza granitica di chi ha letto troppi libri di auto-aiuto e crede che la realtà si pieghi alla forza di volontà. Il mattone quadrato era stato scelto con cura maniacale: angoli perfetti, superfici regolari, la geometria euclidea fatta pietra. Se lanciava un oggetto quadrato, la logica elementare voleva che anche le onde fossero quadrate. O almeno, questa era la sua teoria.

La natura, però, aveva altre idee. Come sempre.

"Quarant'anni di vita," si disse guardando i cerchi che continuavano a espandersi, "e ancora credo che il mondo dovrebbe funzionare come penso io."

Un corvo si posò su un ramo sopra di lui, osservandolo con quella superiorità innata che solo gli uccelli sanno avere. Sembrava dire: Ecco un altro umano che scopre che l'universo non è stato progettato per soddisfare le sue fantasie geometriche.

Marco raccolse un altro mattone. Anche questo quadrato, anche questo perfetto nella sua inutile simmetria. Lo soppesò, prese la mira, e lo lanciò con ancora più forza.

Altri cerchi. Sempre cerchi.

"La fisica è una stronza," disse al corvo, che gracchiò quella che sembrava una risata.

Eppure continuò a lanciare mattoni. Uno dopo l'altro. Tutti quadrati, tutti perfetti, tutti completamente incapaci di produrre onde che non fossero tonde come la sua crescente delusione. Lo stagno aveva ormai l'aspetto di un campo di battaglia acquatico, pieno di cerchi che si sovrapponevano in un caos di geometrie che non erano mai state nei suoi piani.

Quando finì i mattoni, si sedette sulla riva fangosa e rise. Una risata amara come il caffè della stazione, quella che ti scappa quando capisci che hai speso una giornata intera a combattere contro le leggi della fisica come Don Chisciotte contro i mulini a vento.

"Il problema," disse al corvo che era ancora lì, testardo come un'emicrania, "non sono i mattoni. Il problema è che mi aspetto sempre che il mondo funzioni come voglio io."

Il corvo volò via, probabilmente annoiato dalla sua epifania tardiva.

Mario rimase seduto mentre i cerchi si smorzavano uno dopo l'altro, fino a quando lo stagno tornò liscio come prima. Come se niente fosse successo. Come se i suoi mattoni quadrati e le sue aspettative geometriche fossero solo una piccola, insignificante nota a piè di pagina nella grande indifferenza dell'universo.

Tornò a casa senza mattoni e con una lezione che avrebbe dimenticato entro una settimana: la realtà non negozia mai.







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