Stasera ho un blues nel cuore

Stasera ho un blues nel cuore


Giovanna si guardò allo specchio dell’ascensore mentre saliva al quinto piano, dove l’aspettavano le sue amiche di una vita. Più che amiche una sorellanza.
Quarant’anni, li portava bene, lo sapeva. I capelli castani ancora folti, qualche filo grigio ma chi se ne frega, gli occhi verdi che sembravano catturare la luce anche nei giorni più grigi, e quel sorriso che, quando voleva, sapeva essere magnetico. Ma stasera quel sorriso non c’era. Stasera sentiva un blues nel cuore, una malinconia sottile che si era insinuata tra le pieghe della sua giornata e non accennava ad andarsene.

L’ascensore si fermò con un lieve scossone, e Giovanna uscì, reggendo con una mano la borsa e con l’altra il vasetto di hummus che aveva preparato per l’aperitivo. La porta dell’appartamento di Laura era già socchiusa, e da dentro provenivano risate e il suono ovattato di un brano inglese. “Entra, entra!” la chiamò Laura, affacciandosi con un bicchiere di vino in mano. “Stavamo per iniziare senza di te.”
Giovanna sorrise, ma era un sorriso stanco, quello che si usa quando si vuole far credere che va tutto bene. Si sedette sul divano accanto a Sara, che le porse un bicchiere di prosecco. “Allora, come va?” le chiese Sara, con quel tono premuroso che Giovanna conosceva bene. Era il tono di chi sapeva che qualcosa non andava, ma non voleva essere invadente.
“Tutto bene,” rispose Giovanna, prendendo un sorso di vino. “Solo un po’ stanca, sai, il lavoro…”
Il lavoro. Quella parola le pesava addosso come un macigno. Lavorava in un ufficio grigio, davanti a uno schermo che sembrava succhiarle l’anima giorno dopo giorno. Non era quello che aveva sognato da giovane, quando immaginava una vita piena di passione, di viaggi, di amore. Invece si era ritrovata con un matrimonio fallito, una carriera che non la appagava, e una casa vuota che ogni sera le ricordava quanto fosse sola. Almeno non aveva figli che le rinfacciassero il suo fallimento.

Ma stasera non voleva pensarci. Stasera voleva distrarsi, ridere con le amiche, bere un po’ troppo e dimenticare. Perché, in fondo, c’era anche qualcosa di bello in quelle serate. C’era la complicità di Laura, che le passava un crostino con il formaggio dicendole: “Mangia, che sei troppo magra!”. C’era Sara, che raccontava delle sue avventure romantiche con un entusiasmo che la faceva sembrare una ventenne. E c’era Elena, che stava zitta in un angolo, ma ogni tanto lanciava una battuta che le faceva scoppiare tutte a ridere.
Giovanna si lasciò trasportare da quelle risate, da quei momenti leggeri che sembravano sospendere il tempo. Ma ogni tanto, quando il silenzio riempiva la stanza tra una canzone e l’altra, il blues tornava. Era lì, nel suo cuore, come una nota stonata in una melodia perfetta. Un ossimoro, pensò. Malinconia e felicità, mescolate insieme in un cocktail che non sapeva decifrare. Con un retrogusto amaro e bugiardo.
“Giovanna, sei con noi?” la chiamò Laura, scuotendola dolcemente. “Hai quella faccia da filosofa che non promette nulla di buono.”
Giovanna scosse la testa, come per scacciare i pensieri. “Scusate, stavo pensando a… a niente, davvero.”
“A niente un corno,” disse Sara, puntandole il dito contro. “So quando hai qualcosa per la testa. Dai, racconta.”
Giovanna esitò. Non voleva rovinare la serata con i suoi problemi, ma allo stesso tempo sentiva che quelle amiche erano l’unico posto dove poteva essere sincera. “È solo che… stasera ho un blues nel cuore,” ammise finalmente. “Non so perché. Forse è il lavoro, forse è la solitudine, o forse è solo che mi sento un po’ persa.”
Le amiche la guardarono in silenzio per un momento, poi Laura le posò una mano sulla spalla. “Lo sappiamo, Giovanna. Lo sappiamo. Ma stasera sei qui con noi, e non ti lasceremo andare via con quel blues nel cuore, ma con un sano rock!”
Giovanna sentì un nodo in gola, ma questa volta il sorriso che le apparve sul volto era vero. Perché in quel momento capì che, nonostante tutto, c’era ancora qualcosa per cui valesse la pena vivere. C’erano le amiche, le risate, i momenti condivisi. E forse, chissà, c’era ancora spazio per un nuovo inizio.

Il blues nel cuore non se ne andò del tutto, ma si fece più lieve, come una musica di sottofondo che accompagna senza disturbare. E mentre alzava il bicchiere per un brindisi, Giovanna pensò che forse, dopotutto, malinconia e felicità potevano convivere. Perché la vita era fatta anche di questo: di attimi in cui il cuore canta e piange allo stesso tempo, e in cui si trova la forza di andare avanti, un passo alla volta. E' stata una bella serata.










Una serata di jazz e relax

Una serata di jazz e relax


Fuori, la pioggia scende fitta e il vento urla contro le finestre. Il freddo invernale si insinua nelle crepe delle pareti, ma all'interno della mia casa regna un'atmosfera calda e accogliente. Il crepitio del fuoco nel caminetto riempie la stanza di un piacevole tepore e la luce soffusa delle candele crea un'atmosfera intima e rilassante.

Seduto sulla mia poltrona preferita, con un bicchiere di vino rosso in mano e il mio gatto acciambellato sulle ginocchia, ignaro del mondo esterno. La mia playlist di jazz preferita sta suonando dal mio impianto stereo.

Mi lascio avvolgere dalle note di Miles Davis. L'album "Kind of Blue" è in riproduzione adesso e ogni brano mi trasporta in un viaggio emotivo diverso.
"So What" apre le danze con un'atmosfera malinconica e riflessiva. Le note delicate della tromba di Davis mi accarezzano l'anima, evocando in me un senso di pace interiore e nostalgia. Chiudo gli occhi e mi abbandono completamente alla musica, lasciando che i miei pensieri fluttuino liberamente.
Con "Freestyle" l'atmosfera si anima e il ritmo si fa più incalzante. Le improvvisazioni di Davis e dei suoi compagni di band creano un vortice di energia che mi scuote e mi fa vibrare. Sento la gioia di vivere scorrere nelle mie vene e un sorriso spontaneo si disegna sulle mie labbra.
"Blue in Green" è un'oasi di tranquillità in mezzo alla tempesta. La melodia soave e la voce calda di John Coltrane mi trasportano in un luogo lontano, dove regnano solo pace e serenità. Il mio gatto si rilassa ancora di più sulle mie ginocchia e fa un leggero ronzio di apprezzamento.

La serata prosegue con brani di Bill Evans, Dalle casse del mio impianto stereo, le prime note di Bill Evans iniziarono a diffondersi nell’aria. "Waltz for Debby" riempì la stanza di una malinconia dolce e raffinata. Il tocco delicato di Evans sul pianoforte, la sua capacità di creare atmosfere rarefatte e intime, mi trasportarono in un mondo di ricordi e di emozioni delicate. Era come sfogliare un vecchio album di fotografie, ritrovando volti e momenti dimenticati. Una tristezza gentile, non dolorosa, ma intrisa di nostalgia.

Subito dopo, passai a Chet Baker. La sua voce fragile e malinconica, unita al suono sommesso della sua tromba, creò un’atmosfera di struggente romanticismo. Ascoltai "I Fall in Love Too Easily". La melodia, intrisa di una dolce amarezza, mi parlò di amori perduti e di sogni infranti. Era la colonna sonora perfetta per una serata piovosa, un invito alla riflessione e alla dolce malinconia. La sua musica evocava immagini di locali fumosi, luci soffuse e sguardi languidi.

Poi fu il turno di Sarah Vaughan. La sua voce potente e vellutata, la sua incredibile estensione vocale, riempirono la stanza di una sensualità raffinata. "Misty" mi avvolse come una calda coperta, trasportandomi in un’atmosfera sognante e suggestiva. La sua interpretazione era un trionfo di tecnica e di emozione, un’esplosione di pura bellezza vocale. La sua musica era come un abbraccio caldo, un conforto per l’anima.

Con Billie Holiday l’atmosfera cambiò radicalmente. La sua voce roca e vibrante, intrisa di dolore e di sofferenza, mi raccontò storie di vita vissuta, di amori difficili e di ingiustizie subite. Ascoltai "Gloomy Sunday". La melodia, cupa e struggente, mi toccò nel profondo, evocando sentimenti di tristezza e di angoscia. La sua musica era un grido di dolore, un’espressione autentica e commovente delle difficoltà della vita. Era come ascoltare la confessione di un’anima ferita.

Infine, arrivò il momento di Ella Fitzgerald. La sua voce cristallina e la sua incredibile capacità di improvvisare, il suo scatting virtuoso, portarono una ventata di allegria e di energia nella stanza. Ascoltai "Blue Skies". La melodia, allegra e spensierata, mi contagiò con la sua positività. Era come una boccata d’aria fresca, un invito alla gioia e alla leggerezza. La sua musica era un’esplosione di vitalità, un inno alla gioia di vivere.

Miles Davis, Bill Evans, Chet Baker, Sarah Vaughan, Billie Holiday e Ella Fitzgerald. Ogni artista mi regala un'esperienza unica e indimenticabile. La voce sensuale di Billie Holiday mi commuove fino alle lacrime, mentre la virtuosità tecnica di Ella Fitzgerald mi lascia senza fiato.

Fuori, la pioggia continua a cadere, ma io non ci faccio caso. Sono completamente immerso nel mio mondo di musica e relax. Ogni nota, ogni accordo, ogni ritmo mi regala un'emozione diversa, mi fa sentire vivo e felice.

Questa è la mia serata perfetta. Un momento dedicato solo a me stesso, al mio amore per la musica e al piacere di stare in compagnia del mio gatto. Un rifugio sicuro dal caos del mondo esterno, un'oasi di pace dove posso ritrovare me stesso e ricaricare le batterie.

Mentre l'ultimo brano si conclude, mi apro gli occhi lentamente e sorrido. Sono grato per questa serata meravigliosa e per la musica che ha reso tutto così speciale. Mi alzo dalla poltrona, accarezzo il mio gatto e mi dirigo verso la finestra. Guardo fuori e vedo che la pioggia è finalmente cessata. La luna illumina il cielo stellato e un senso di calma mi pervade. È ora di andare a dormire, ma porterò con me il ricordo di questa serata magica per sempre.











La passeggiata (seconda versione)

La passeggiata
(seconda versione)


Il sole splendeva alto nel cielo, ma il suo calore sembrava svanire prima ancora di raggiungere la terra. Era una giornata di inverno, fredda e luminosa, e il mare, agitato e impetuoso, si estendeva davanti a lui come una creatura viva, respirava con un ritmo potente e primordiale. Le onde si alzavano e si abbattevano sulla riva con una forza che sembrava voler strappare via tutto ciò che incontravano. Il vento portava con sé il sapore della salsedine, pungente e intenso, e i gabbiani volavano bassi, quasi sfiorando le creste delle onde, emettendo gridi acuti che si perdevano nel fragore del mare.

Lui camminava lentamente, i passi affondavano nella sabbia bagnata, lasciando impronte che il mare avrebbe presto cancellato. Indossava un cappotto pesante, ma il freddo sembrava penetrargli fino alle ossa. Non importava. Quel freddo, quel vento, quel mare in tempesta erano parte di lui, in quel momento. Facevano parte della sua solitudine, della sua quiete, del suo silenzio interiore.Era un uomo solitario, abituato a stare con se stesso. Ma quella solitudine, oggi, sembrava più pesante del solito. I suoi pensieri erano come le onde: incessanti, tumultuosi, pieni di domande senza risposta. Si chiedeva perché si sentisse così distante da tutto e da tutti, perché il mondo gli sembrasse così vasto eppure così vuoto. Forse era sempre stato così, o forse era qualcosa che era cresciuto dentro di lui, lentamente, come una pianta selvatica che non riusciva a estirpare.

Mentre camminava, i gabbiani gli volavano vicino, quasi a ricordargli che non era completamente solo. Erano creature libere, senza pensieri, senza rimpianti. Li osservò per un momento, invidiandoli per la loro leggerezza. Poi il suo sguardo si spostò più in là, verso la linea dell’orizzonte, dove il mare e il cielo si confondevano in un azzurro pallido. E lì, in lontananza, vide una coppia anziana. Camminavano lentamente sul bagnasciuga, mano nella mano, come se il tempo non avesse alcun potere su di loro. Erano un’immagine di serenità, di amore che aveva resistito agli anni, alle tempeste, alla vita.

Quella vista gli fece venire un nodo alla gola. Ricordò. Ricordò volti, voci, momenti che credeva di aver dimenticato. Ricordò una donna, un tempo, che aveva camminato con lui su una spiaggia simile, in un giorno molto diverso. Ricordò le risate, le promesse, i sogni che sembravano così reali, così vicini. E poi ricordò il silenzio che era arrivato dopo, il vuoto che aveva riempito tutto. Forse era stato colpa sua, si disse. Forse aveva spinto tutti via, senza volerlo, senza nemmeno accorgersene. Era diventato un estraneo a se stesso, un uomo che camminava lungo una spiaggia deserta, in un giorno d’inverno, con il cuore pesante come una pietra.

Ma il mare, in quel momento, sembrava parlargli. Le onde, con il loro ritmo costante, gli sussurravano qualcosa di antico, di eterno. Era un suono che conosceva da sempre, che lo aveva cullato fin dall’infanzia. E in quel fragore, in quel respiro potente, trovò una strana pace. La solitudine non era più un peso, ma uno spazio. Uno spazio in cui poteva respirare, in cui poteva esistere senza doversi giustificare, senza doversi nascondere.

Si fermò per un momento, chiuse gli occhi e respirò profondamente. Il vento gli sferzava il viso, portando con sé gocce di acqua salata che si confondevano con le lacrime che non aveva mai permesso a se stesso di versare. Ma oggi, in qualche modo, quelle lacrime erano diverse. Non erano di dolore, ma di liberazione. Il mare le portava via, una dopo l’altra, lasciandolo più leggero, più sereno.

Quando riaprì gli occhi, i gabbiani erano ancora lì, volavano sospesi nel vento in cerchio sopra di lui, come se lo stessero proteggendo. La coppia anziana era ormai lontana, solo due piccole figure che si muovevano lentamente lungo la riva. E il mare, il mare continuava a respirare, potente e indifferente, come aveva fatto per milioni di anni.

Si sentì stranamente in pace. Forse non aveva tutte le risposte, forse non le avrebbe mai avute. Ma in quel momento, non importava. La vita era lì, intorno a lui, dentro di lui. E lui era parte di essa, parte di quel mare, di quel vento, di quel cielo infinito.

Con un ultimo sguardo all’orizzonte, si voltò e iniziò a camminare verso il paese. I suoi passi erano più leggeri adesso, il cuore meno pesante. La spiaggia era ancora deserta, il vento ancora freddo, il mare ancora in tempesta. Ma lui non era più lo stesso uomo che era arrivato lì. Aveva lasciato qualcosa sulla spiaggia, qualcosa che non gli serviva più. E forse, aveva trovato qualcos’altro. Qualcosa di piccolo, ma prezioso.

Il paese lo attendeva, con le sue luci, i suoi rumori, la sua frenesia. Ma lui non aveva fretta. Camminò lentamente, portando con sé il sapore del mare, il suono delle onde, la sensazione di quella pace improvvisa. E quando finalmente raggiunse le strade affollate, si sentì stranamente a casa. Perché sapeva che, ovunque fosse andato, il mare sarebbe sempre stato lì, ad aspettarlo.







Marco e Paola

Marco e Paola


Inverno. Era una di quelle notti in cui il freddo sembrava voler penetrare fino alle ossa. Notte nebbiosa. Il vento tagliente sferzava le strade deserte del quartiere, spazzando via le ultime foglie secche che danzavano come fantasmi nell’aria gelida. Le luci dei lampioni proiettavano ombre lunghe e sfocate, creando un’atmosfera quasi surreale. In quel silenzio rotto solo dal rumore lontano di un motorino, Marco, il metronotte, avanzava con passo lento portando la bicicletta a mano, il fiato che si condensava in piccole nuvole bianche davanti al viso.

Marco era un uomo sulla cinquantina, con un volto segnato dalle lunghe ore di lavoro notturno e dagli anni passati a osservare la città dormire. Portava con sé un’aria di rassegnazione, ma anche una certa ironia, come se avesse imparato a ridere delle cose, anche quando non c’era molto da ridere. Quel pomeriggio aveva ricevuto la notizia che il suo turno sarebbe stato ridotto: meno ore, meno soldi. E la fame, quella vera, quella che ti stringe lo stomaco, cominciava a farsi sentire. Lavoro di merda... ma doveva pur campare e con una fedina penale non candida, per discutibili scelte fatte in gioventù, e alla sua età trovare un altro lavoro era quasi impossibile.

Proprio mentre pensava a come avrebbe fatto arrivare la fine del mese, vide una figura familiare appoggiata al lampione che illuminava un triste marciapiede di fronte ad un vecchio palazzo. Era Paola, una prostituta non più giovane ma nonostante tutto ancora piacente, con un viso che raccontava storie di vita vissuta e occhi che avevano visto di tutto. Indossava un cappotto logoro, stretto intorno al corpo per proteggersi dal freddo, e le scarpe con i tacchi alti sembravano quasi una beffa in quella notte desolata.

“Ciao, Marco,” lo salutò lei, con un sorriso stanco ma sincero. “Anche tu in giro a quest’ora?”

“Eh, Paola, sai com’è. Il lavoro chiama,” rispose lui, avvicinandosi. “E tu? Non è un po’ tardi per essere ancora qui?”

Paola sospirò, guardando il cielo nero. “Sì, lo so. Ma oggi è stata una di quelle giornate… niente da fare, non si batte chiodo. Anzi direi che con ‘sta nebbia non si vede un cazzo… Ho solo voglia di tornare a casa, accoccolarmi con la mia gatta e dormire. Ma il freddo mi ha bloccata qui.”

Marco sorrise alla battuta ed annuì, comprensivo. “Anch’io non vedo l’ora di finire. E poi ho una fame che non ti dico. Ho anche saltato il pranzo oggi che ho dormito fino a tardi”

Paola lo guardò con uno sguardo che mescolava compassione e complicità. “Hai mangiato?”

“Beh, non proprio. Sai, con i turni ridotti…”

Paola esitò un attimo, poi fece un cenno con la testa. “Vieni su a casa mia. Ci facciamo uno spaghetto alla disperata e un po’ di vino rosso. Niente di che, ma almeno ti scaldi un po’.”

Marco la guardò sorpreso. “Paola, non voglio disturbare…”

“Ma che disturbi! Dai, siamo vecchi amici. E poi, lo sai, niente sesso. Solo un piattone di pasta e due chiacchiere. Qui fa troppo freddo e poi non si ferma nessuno, anche se sono un po’ “agee” la mia porca, appunto porca, figura la faccio ancora. Ma siamo a fine mese e soldi per il divertimento ce n’è pochi…. ”

Marco sorrise, un po’ imbarazzato, ma anche grato. “Allora, accetto. Grazie.”

I due si incamminarono insieme, le loro ombre che si allungavano sul marciapiede. Paola abitava in un piccolo appartamento al secondo piano di un palazzo fatiscente li vicino. L’ascensore non funzionava, come al solito, e salirono le scale lentamente, scambiandosi battute su quanto fosse assurda la vita.

Una volta dentro, l’atmosfera era accogliente, nonostante l’arredamento modesto e l’appartamento piccolo. Una lampada diffondeva una luce calda, e sul divano dormiva una gatta grigia, che aprì un occhio per osservare i nuovi arrivati prima di riaddormentarsi dopo aver salutato con un roco miao.

Paola accese un piccolo apparecchio stereo e la casa fu inondata da un piacevole jazz di sottofondo.

“Metto su l’acqua e preparo un sugo alla veloce ma sentirai che buono, ho il dna terrone e con il poco che ho in casa ti sorprenderò!” disse Paola, dirigendosi verso la piccola cucina. Marco si abbandonò sul divano, accarezzando distrattamente la gatta, che iniziò a fare le fusa. Cominciava a sentirsi bene. L’accoglienza, la piccola casetta, il calore, la gatta che gli si era accoccolata sulle ginocchia, il rumore di Paola che spentolava in cucina ed il profumo del sugo stavano dissipando la nebbia che Marco aveva nell’anima. Per un momento il suo pensiero si soffermò sull’idea di avere una compagna ed una casetta così; ma l’idea svanì in fretta, sapeva che era impossibile. Ma l’importante era godersi al massimo questo regalo.

“Che vita, eh?” disse Paola come se gli avesse letto nel pensiero, mentre mescolava la pasta in padella. “Due soli come pesci in un acquario vuoto.”

Marco rise. “Beh, almeno abbiamo la compagnia delle nostre ombre.”

Paola gli lanciò un’occhiata divertita. “Sei sempre il solito filosofo.”

Quando la pasta fu pronta, si sedettero a tavola, mangiando e discorrendo di banalità, godendosi il calore del cibo e del vino. Parlarono di tutto e di niente: del lavoro che scarseggiava, delle notti fredde, dei sogni che sembravano sempre più lontani. Del vuoto che li riempiva.

“A volte mi chiedo cosa sarebbe successo se avessi fatto scelte diverse,” disse Paola, guardando il bicchiere di vino. “Se avessi studiato, trovato un lavoro normale…”

“Anch’io,” ammise Marco. “Ma sai, la vita è fatta così. Prendi quello che ti viene dato e cerchi di andare avanti.”

Paola sorrise. “Sei un tipo strano, Marco. Ma mi piaci.”

“Anche tu mi piaci Paola, molto” gli sguardi che si incrociarono sapevano di sentimenti ormai nascosti e che mai sarebbero stati riscoperti.

Dopo aver finito di mangiare, Marco si alzò, sentendosi un po’ più leggero, non solo per lo stomaco pieno, ma anche per la compagnia. “Grazie, Paola. Mi hai salvato la serata.”

Lei lo accompagnò alla porta, sorridendo. “Figurati. Sai dove trovarmi, se hai di nuovo fame. Scusa se non chiedo di fermarti ancora un po’ ma sono distrutta, non ho più vent’anni, e sto crollando dal sonno”

Prima di uscire, Marco le diede una carezza sulla guancia, un gesto semplice ma carico di affetto e di un amore sottile. “Stai attenta, eh?”

Paola annuì con un debole sorriso, chiudendo la porta dietro di lui. Rimase lì per un momento, ascoltando i suoi passi che si allontanavano nelle scale. Poi tornò in salotto, si sedette accanto alla gatta e chiuse gli occhi, lasciandosi cullare dal calore della casa.

Fuori, Marco riprese il suo giro, il freddo che sembrava meno pungente ora. Si rimboccò il cappotto sopra la divisa e si incamminò portando la bicicletta a mano fischiettando un motivetto jazz che lo aveva fatto sognare a casa di Paola. La vita continuava, con le sue stranezze e le sue piccole luci nel buio. E forse, pensò, non era così male, dopo tutto.