Il peso delle parole non dette
C'è una strana bellezza nel silenzio, una che ho imparato a riconoscere solo dopo anni di lotta con le parole che si incastravano tra i denti come sassolini taglienti.
Da bambino, ogni frase era una montagna da scalare. Le parole si ammassavano nella gola, si scontravano tra loro, creavano ingorghi che mi lasciavano rosso in viso e con gli occhi lucidi di frustrazione. I compagni di classe aspettavano, alcuni con pazienza forzata, altri con quella crudele curiosità infantile che trasforma ogni differenza in spettacolo.
"Dimmi come ti chiami," chiedeva la maestra il primo giorno di scuola.
Il mio nome, due sillabe semplici che tutti gli altri bambini pronunciavano senza pensarci, diventava un labirinto senza uscita. La "R" si ribellava, la "L" si inceppava nel posto sbagliato, e alla fine usciva solo un suono strozzato che non assomigliava a niente. Ricordo benissimo le risate crudeli degli altri bambini.
Così ho imparato il valore del silenzio. Non per scelta, all'inizio, ma per necessità. Ho scoperto che gli occhi possono dire molto più di mille parole imperfette, che un sorriso vale più di una frase malmessa, che ascoltare gli altri è un'arte che pochi padroneggiano davvero.
Gli anni sono passati. La lingua si è sciolta, le parole hanno trovato la loro strada. Ma qualcosa è rimasto: la consapevolezza che ogni parola ha un peso, che il silenzio non è vuoto ma pieno di significato, che spesso chi parla di più dice di meno.
Ora, quando sono in compagnia e tutti parlano sopra gli altri, io ascolto. Sento le parole che si rincorrono senza meta, i concetti che si ripetono in forme diverse, le opinioni che si alzano in volume per coprire la mancanza di sostanza. E penso a quel bambino che lottava con ogni sillaba, che pesava ogni parola prima di pronunciarla perché sapeva quanto potesse costare.
Le cicatrici, hai ragione, rimangono. Ed io ne ho tante. Ma a volte le cicatrici sono anche la mappa di quello che siamo diventati. La mia paura di balbettare mi ha insegnato a scegliere. Quando parlo, lo faccio perché ho qualcosa da dire, non solo per riempire il vuoto.
C'è una poesia di un poeta che non ricordo, che diceva qualcosa come: "Il saggio parla perché ha qualcosa da dire, lo stolto perché deve dire qualcosa." Forse quel bambino che balbettava mi ha insegnato la differenza.
Il mondo è pieno di rumore, di chiacchiere, di parole buttate al vento. Ma c'è anche chi sa riconoscere il valore di un gesto, di uno sguardo, di una presenza silenziosa ma attenta. C'è chi capisce che a volte le parole più importanti sono quelle che non si dicono mai, che restano sospese nell'aria come una promessa.
E forse, alla fine, quello che quella lingua ribelle mi ha insegnato è che le parole sono preziose proprio perché possono ferire o curare, costruire o distruggere. Meglio usarne poche, ma giuste, che riempire il mondo di rumori senza senso.
Il silenzio non è assenza. È scelta. È rispetto. È la pausa tra una nota e l'altra che rende bella la musica.
Nessun commento:
Posta un commento