Prefazione per "L' Ancella Tracica"

Prefazione per "L' Ancella Tracica"
(prefazione che ho scritto per un trattato filosofico sulla fotografia di Manuel Omar Triscari)



Buio… Click… una luciferina luce rossa illumina una piccola stanza.
Un leggero odore di aceto ed un lieve sentore di uovo marcio nell’aria, odori chimici, sospesi. Un vecchio lavello, vaschette di plastica, un vecchio ingranditore su un lato del tavolo da lavoro, pinze in plastica e strumenti vari. Vari spaghi tesi tra una parete e l’altra, appesi con mollette da bucato dei negativi e delle stampe messe ad asciugare.

Una vecchia credenza, sui ripiani scatole di cartone con la scritta Ilford, Agfa.
E’ qui che si compie la “magia”. Luce, alchimia, e passione.
Questa era la mia piccola camera oscura di tanti, tanti anni fa.

Ero un ragazzino con una grande passione per la fotografia, oggi ancor più consolidata.
Fin da piccolo, guardando i libri fotografici che riposavano nelle librerie di casa, mi era scattato qualcosa dentro. Poi mio padre mi regalò una sua vecchia macchina fotografica a pozzetto, una RicohFlex 6x6, me la ricordo ancora benissimo.
Abitavo a Firenze, rione di San Frediano, zona popolare, botteghe di artigiani e restauratori.

Lì ho cominciato a scattare le prime foto, in giro per i vicoli.
Ricordo ancora gli odori di colla, vernici e legno; difficile dimenticare gli odori, si depositano nell’anima.
E così ho cominciato a sviluppare i miei negativi in bianco e nero e stamparli. Quanti errori le prime volte e che gioia quando riuscivo a stampare bene e vedere quello che avevo fotografato. Poi la tecnica si è affinata e gli errori sono molto diminuiti.

Ho cominciato con le sperimentazioni, a farmi gli sviluppi per i negativi e le stampe; più contrasto, meno contrasto, morbidezza dei grigi, neri saturi, dalla grana di stampa finissima alla grossa, che divertimento, quanta esperienza.
Altre macchine fotografiche mi sono passate fra le mani, stessa passione. Poi è arrivato il digitale, ma questo è un altro fotografare.

Ma solo chi ha provato l’analogico, chi si è macchiato le dita di sviluppo, chi ha respirato i vapori di acido acetico del fissaggio, chi ha visto apparire l’immagine su un cartoncino bianco può capire lo stupore e la bellezza della fotografia.
L’occhio vede il soggetto e lo scatto lo blocca sulla pellicola, poi i tuoi occhi e la tua mente devono immaginare il positivo da una immagine negativa proiettata in rosso sulla carta, non facile; ma è con lo sviluppo della stampa che arriva la meraviglia, immagine prima evanescente poi solida, ed è allora che noti i particolari che all’inizio l’occhio non aveva focalizzato.
Magia, pura magia.

E come la stampa fotografica per me è stata magia leggere questo libro di Manuel, il soggetto è la fotografia e tutto intorno i particolari, le ricche e documentate citazioni, l’analisi approfondita e variegata dell’arte fotografica perché di arte si tratta; un approccio diretto e filosofico.
Si parla dei grandi fotografi, tanti gli argomenti trattati dalla foto giornalistica, al reportage di guerra, alla foto artistica ecc. e tutte le sue forme e ramificazioni e sempre in modo chiaro, approfondito ed esaustivo perché la fotografia non è un semplice click ma è qualcosa di più profondo, che bisogna saper leggere ed interpretare.
Nella foto non c’è solo l’immagine ma anche il pensiero e l’emozione che il fotografo vuole trasmettere, il tutto in una infinitesima particella di tempo... click.
La fotografia è emozione.

Ricordo ancora con un brivido, dopo anni, la mostra fotografica al Forte di Bard dedicata a Bert Stern e alle sue foto di Marilyn Monroe.
A parte le bellissime foto, - fu uno shooting molto privato con solo lui e lei in una camera di albergo, dopo pochi mesi Marilyn morì - ce ne fu una che mi colpì come un treno in corsa: una gigantografia in fondo al corridoio, a parete intera. Marilyn era fotografata a mezzo busto, nuda e senza veli, un po’ arruffata con le prime rughe sul viso, lo sguardo malinconico appannato da un po’ troppo alcol, la pelle non più tonica ed un sorriso triste appena accennato.
In questa foto ho visto la “bellezza” pura, crudele e adamantina.
Una emozione incredibile. Uno scatto incredibile.
Se Stern voleva comunicare quel sentimento con me ci è riuscito in pieno, sono rimasto impietrito davanti a quella foto per dei minuti, e mi ha commosso.
E’ quello che ho cercato, e trovato, in questo libro: una spiegazione alle sensazioni che da la fotografia.





questa è una delle mie prime foto: Mariuccia di borgo San Frediano


FOTOGRAFIE     a questo link potete aprire il libro con le mie fotografie

Prefazione per "26 istanti prima"

Prefazione per "26 istanti prima"

Questa è la prefazione che ho scritto per il libro di poesie "26 istanti prima" di Manuel Omar Triscari 



Nella smorfia il numero 26 corrisponde ad un nome di donna: Nanninella o Anna, considerata protettrice delle donne; In numerologia il 2 in particolare è simbolo di dualità e di equilibrio, il 6 indica invece l’amore, il nutrimento, lo sviluppo, la cura della famiglia e degli affetti (ma nello stesso tempo anche la trasgressione legata all’ascolto dei propri impulsi); in latino è il viginti sex, è un numero pari, è un numero semi-primo, è un numero omirpimes, è un numero non-totiente, è un numero di Ulam... Il 26 è tante cose, per me da oggi è anche un bel libro di poesie di Manuel Omar Triscari.

26 istanti prima, che bel titolo! L’istante si può quantificare in una linea temporale? È un istante, un attimo, un lampo, un click fotografico. Ma io posso prendere questi 26 istanti e dilatarli nel tempo a mio piacimento e farli durare anche minuti, ore.

Tutto il tempo che mi serve e di cui ho bisogno per leggere, assaporare e metabolizzare questi 26 quadri dipinti da Manuel con i colori profondi ed intensi della sua anima e le quasi impercettibili immagini della bella Memunatu. Pennellate feroci e leggeri acquarelli.

Devo creare la giusta prospettiva per gustarmi questo suo libro: accendo il fuoco nel caminetto, in sottofondo la calda voce di Sarah Vaughan, il gatto sonnacchioso sulle ginocchia mi guarda mefistofelico, un bicchiere di brandy sul tavolino, la mia poltrona... ora sì che si crea la giusta sinfonia di piaceri!

Apro il libro...

<<il giorno in cui ti conobbi tacquero anche gli aironi e i gabbiani

e ovunque era silenzio e dura la pietra...
>>

Una pagina dopo l’altra, leggendo con calma, assaporando ogni parola. Profondo ed immaginifico. Come nello script di un bravo sceneggiatore, tra le sue righe, mi proietto le immagini nella mente: è anche questo lo scopo della sua poesia.

26 lunghi, caldi, piacevoli istanti prima: scusatemi, ma ora ho da fare...







LA MIA PRIMA VERA PRIMAVERA (ricordi che riaffiorano dal profondo)

La mia prima, vera, primavera

Aprile. Inizia la primavera, la mia prima vera primavera dopo quella incarognita passata chiuso in casa in una città completamente spenta per pandemia.

Una tortura per me che sono un tipo da campagna. Io e mia moglie abbiamo anche una casetta in campagna, il nostro "buen retiro", dove lei era rimasta bloccata da inizio marzo causa divieti. Io in città ad impazzire.

Alla fine di aprile me ne sono fottuto dei divieti ho preso il pullman e l’ho raggiunta in campagna. Finalmente aria, verde, boschi ed il silenzio rumoroso della natura di cui purtroppo ho goduto poco all’inizio data la rabbia e la frustrazione che mi tenevo dentro e che ci hanno messo un po’ a decantarsi, mi sono ripreso in estate.
La primavera con i suoi incredibili odori e profumi! ed io che sono un “nasale” spesso mi fermo ad annusare l’aria come farebbe un animale: chiudo gli occhi, mi inebrio e ne cerco la fonte.

Ieri pomeriggio, col sole che stava calando e la brezza che si calmava, il momento in cui i profumi della natura si esaltano, mi è arrivato fortissimo il profumo dei fiori di un albero di alloro che abbiamo in giardino. Ho chiuso gli occhi e mi sono lasciato sedurre da questo odore particolare che mi ha fatto riemergere il ricordo dell’odore delle mesticherie di quando ero bambino, a Firenze: un misto di odori di detersivi, sapone di Marsiglia e altre cose non ben precisate. Un odore che non ho mai più ritrovato crescendo.

Infatti, grazie alla nostra memoria olfattiva, possediamo una sorprendente capacità di rievocare con estrema nitidezza un’esperienza passata, anche profondamente sopita nella nostra mente, quando entriamo in contatto con un determinato odore.
Sebbene l’olfatto sia forse il più enigmatico dei nostri sensi, esso è quello che incide maggiormente sul nostro inconscio.
Ricordare vividamente un’esperienza dopo aver avvertito un determinato odore è un fenomeno estremamente comune e affascinante definito “Sindrome di Proust”.
L’origine del nome deriva dal celebre scrittore Marcel Proust, autore de “Alla ricerca del tempo perduto”, il primo che descrisse un evento simile. Il protagonista, ormai adulto, dopo aver odorato e assaporato un particolare tipo di biscotto detto Madeleine, sprofonda nel suo passato, riportando alla memoria eventi della sua infanzia ormai dimenticata.
Questa memoria involontaria, questo viaggio a ritroso che esula dalla nostra consapevolezza, è il solo ed unico modo – secondo Proust – per riappropriarsi della vera essenza del proprio passato. L’area del cervello che elabora l’esperienza olfattiva è collegata al sistema limbico, direttamente connesso alle nostre emozioni (amigdala) e alla nostra memoria (ippocampo). Ecco perché ricordi evocati da un profumo sono così vividi e immediati.

Questo ricordo odoroso me ne ha scatenati tutta una serie di quel periodo, di quando ero bambino, tutti abbinati ad una serie di profumi. Arrivano come onde e riemergono dal passato vividi e colorati.
Adoro la primavera, da bambino con i primi tepori, impazzivo di gioia ed il parco, il bosco ed i prati di dove abitavo erano tutti miei.
Sono nato a Milano nel ’56 ma i miei genitori si trasferirono a Firenze alcuni mesi dopo la mia nascita per motivi di lavoro, e mio padre, che nel dopoguerra aveva ottenuto una discreta agiatezza, scelse una abitazione adeguata al suo stile di vita: un bell’appartamento grande ricavato dalle ex scuderie di Villa Strozzi costruite nel ‘500, sul cucuzzolo della collina Monte Uliveto “il Boschetto”, circondato da un bel parco, boschi e prati.
Via Pisana 83A, ancora mi ricordo il numero civico, poco distante dal centro storico d’oltrArno.
Un posto magico e bellissimo per un bambino con un unico difetto: ero da solo.
I miei genitori, per vari motivi erano sempre assenti, e mia sorella, più giovane di me, faceva la sorella, interessata molto alle sue bambole e poco a giocare con me. Per cui tutta la mia fanciullezza l’ho passata in mezzo alla natura, agli alberi, ai prati.
E’ da questo periodo che sono riemersi i ricordi, non tutti, alcuni sono ancora nascosti, altri sono svaniti. Ma quelli che descriverò sono fortissimi, ancora ricchi di emozioni anche se di alcuni è difficile trovarne le parole giuste.

Ricordo…. Il bosso e l’alloro
L’odore delle siepi di bosso e di alloro quando sono scaldate dal sole per me è qualcosa di speciale. Il parco intorno a casa mia ne era pieno, delimitavano le varie proprietà o dei piccoli giardini ombrosi e nascosti con piccole fontane, statue e sedute dove potersi rilassare e godere del silenzio del vento che parla tra le fronde degli alberi e del cinguettare degli uccellini.
In una di queste siepi di bosso, lontano dagli sguardi, mi ero costruito un rifugio dove amavo nascondermi quando a casa le cose si mettevano male.
Era una siepe grossa e profumata, infilandomi dentro e rompendo dei rami mi ero ricavato uno spazio dove potevo stare comodamente seduto, era il mio fortino, la mia tana.
Quando avevo 11 anni ci portai una amichetta di mia sorella che abitava fuori dal parco, erano compagne di scuola, bellissima ragazzina riccia bionda, Francesca B. Le diedi il mio primo, innocente bacio… e chi se lo scorda!
Con il sole e l’aria tiepida il bosso emanava un profumo forte che ancora oggi, quando lo sento nelle rare siepi qui al nord, mi fa sorridere e mi rievoca quella fortissima emozione.

Ricordo… La limonaia
Sotto casa nostra, vicino al prato più grande, c’era una grande limonaia, anche questa del ‘500. Bellissima costruzione, palladiana, con possenti colonne. Per un motivo che non ricordo una notte prese fuoco ed il giorno dopo, spento l’incendio dai pompieri, rimasero in piedi solo le possenti mura e colonne ed un mucchio di macerie all’interno. Il tetto, in grosse travi di legno e tegole, bruciò e crollò all’interno della limonaia insieme a tutti i vetri. Delle piante di limoni non rimasero che alcuni grossi vasi di terracotta bruciacchiati. Il ricordo dell’odore del legno bruciato è fortissimo ancora oggi.
Con l’imprudenza di quando si è ragazzini spesso mi aggiravo in quelle macerie, col rischio di farmi davvero male in mezzo a tutti quei vetri rotti, alla ricerca dei vecchi chiodoni di ferro battuto, di quelli quadrati, grossi e lunghi, fatti a mano dai fabbri di allora, che tenevano insieme le travi. Molti erano contorti e mezzi fusi dal calore, ma quando ne trovavo qualcuno ancora integro passavo il mio tempo con una pietra a raddrizzarli. Ne avevo collezionati un bel po’. Quando sento l’odore di legna bruciata mi torna spesso in mente questo ricordo

Ricordo… La magnolia
Di fronte alla limonaia, vicino alla strada di terra battuta che si addentrava nel parco, agli inizi del pratone, c’era una grande magnolia, o almeno sembrava enorme a me ragazzino, quando tutto sembra grande dove spesso mi divertivo ad arrampicarmi. Un ramo in particolare, quasi orizzontale, era il mio preferito, mi ci sedevo a cavalcioni a pensare chissà quali avventure. O mi lasciavo penzolare tenendomi con le mani, era ad un paio di metri d’altezza, per poi lasciarmi cadere nel prato.
Era un altro dei miei rifugi preferiti e spesso salivo fino in cima, nascosto dalla folta chioma. Quando la magnolia fioriva in primavera ci passavo ore in mezzo ai suoi rami, stordito dal profumo inebriante dei suoi bianchi fiori, che però duravano troppo poco.

Ricordo… L’erba ed i fiori di campo
Sempre davanti alla limonaia c’era uno dei più grandi prati della villa, per me il più bello, anche perché uno dei pochi in piano.
Ci ho passato ore ed ore lì in mezzo, steso in mezzo ai fiori e all’erba, osservando le nuvole e le loro forme per trovarci esseri favolosi, animali e cose. Le api mi ronzavano intorno ma io non le temevo.
Ho un vivido e fortissimo ricordo di quel prato. Era lasciato incolto ed in primavera era un'esplosione di fiori di campo, mille colori e mille odori: primule, tulipani, crochi, fresie, margherite, camomilla e di infiniti altri. Da casa scendevo lungo la strada sterrata, poi mi toglievo le scarpe e mi abbandonavo a sfrenate corse in mezzo all’erba.
Coi pantaloncini corti avevo sempre le gambe tagliuzzate dall’erba alta e c’erano dei fiori particolari, a forma di grappolo di palline blu - non so il nome - che emettevano una specie di schiumetta la quale correndo mi imbrattava le gambe piene di graffi facendoli prudere in modo insopportabile; e più mi grattavo e più prudeva, ma che gioia!
Quello che più mi ha colpito allora come odore nelle mie sfrenate corse era quello dell’erba che calpestavo, il loglio e l’erba fienarola principalmente, un odore acidulo acuto, forte ed intenso, che mi avvolgeva. Lo respiravo a pieni polmoni, tra il ronzare degli insetti.
Ero veramente felice.
A volte, ancora oggi, quando tagliano l’erba del nostro terreno qui in campagna, lo sento ed istantaneamente mi ritornano in mente quelle immagini, e la voglia di togliermi la scarpe e di camminare a piedi nudi nell’erba è forte come allora. E’ una sensazione indescrivibile.

Ricordo… Le foglie di quercia, i ciclamini ed i funghi
Nel parco c’era una zona che da bambino ritenevo magica, tenebrosa e piena di segreti. Ovunque erano prati e spazi aperti, poi c’era questo posto: un lungo tunnel oscuro creato da due filari di enormi ed antiche querce che non facevano filtrare la luce del sole. Un odoroso tappeto di foglie umide e decomposte, di ghiande di cui erano ghiotti i tanti merli.
Anche questo è un odore molto radicato nella mia memoria. Quando ci entravo ero sempre un po’ timoroso se non impaurito. Se non c’era il cinguettare degli uccellini il silenzio era inquietante. Ed io mi immaginavo storie orrorifiche specialmente se ci passavo all’imbrunire o in autunno con la nebbia, sempre con un bastone in mano brandito come se fosse una spada magica con cui difendermi dai vari mostri che sarebbero usciti sicuramente da dietro gli enormi tronchi…
Da un lato il pendio della collina e dall’altro lato un muraglione in pietra che divideva la proprietà dal resto del mondo. In fondo una balconata di granito con ai lati due scalinate curve che portano ad un terrazzo sottostante ed altre scalinate.
Ai lati di queste due scalinate c’erano due grandi statue di faraoni egizi e due leoni accovacciati in terracotta che, per la mia inarrestabile fantasia facevano da guardiani a questo lungo antro oscuro pieno di misteri e magie.
L’unica nota di colore in questo percorso in poco bianco e molto nero erano, quando era stagione, i fiori di ciclamino e le piantine di fragoline selvatiche che raccoglievo e mangiavo subito.
Anche il profumo delle fragoline selvatiche è uno degli odori della mia infanzia che ancora oggi mi evoca ricordi. E quello dei finferli, funghetti gialli che tra il fogliame marcio e umido crescevano copiosi, buonissimi da mangiare, che poi portavo a Tina, la collaboratrice domestica che praticamente mi ha cresciuto in quegli anni.
Tina, tracagnotta e sinceramente bruttina, ma uno sguardo dolcissimo, con un cuore grande così ed una voce roca e scura che quando mi cantava canzoncine degli anni '50 mentre mi faceva il bagno mi incantava e le chiedevo sempre di cantarne ancora ed ancora.
L'odore di Tina: un lieve odore di sudore perché sgobbava come un mulo, il camice che odorava di sapone di Marsiglia e l'alito di mentine e sempre, sempre, un sorriso.

Ricordo… Le siepi di rose
Dalla limonaia la strada sterrata coperta di brecciolino proseguiva per qualche centinaio di metri con, da un lato, una lunga aiuola dove c’erano dei grandi cespugli di rose, di tutti i colori che in tarda primavera, quando fiorivano emanavano fortissimi profumi di cui ero inebriato. Quanto tempo passavo ad annusarle!
Ogni cespuglio con un profumo diverso, intenso o delicato, caldo o avvolgente, le respiravo fino a stordirmi. A volte al centro del fiore trovavo un maggiolino, di quelli color verde dorato con quella lucentezza metallizzata. Allora ne prendevo uno, legavo ad una sua zampina un lungo filo di cotone da cucito e lo libravo nell’aria. Lo so, può sembrare una crudeltà anche perchè dopo un po’ o cadeva a terra sfinito dal volo con cui cercava di sfuggirmi o perdeva la zampina, libero ma mutilato, ma allora da ragazzini non c’erano tutti i fanatismi da ambientalismo odierni.
Negli anni ‘60 eravamo un bel po’ diversi. Comunque per me le rose rimangono un fiore dal profumo pieno di sfumature.

Ricordo… I gerani, i garofanini ed i cipressi
Altro profumo entrato nel mio DNA quello dei cipressi, dei gerani e dei garofanini.
I cipressi fanno parte integrante del panorama toscano. Intorno alla mia casa c’era un grande terrazzo da dove spuntavano dei bellissimi cipressi, alti e dritti verso il cielo e odorosi di resina e se ne stropicciavo le foglioline liberavano un profumo incredibile, col caldo del sole poi davano il massimo con la resina che si scioglieva e colava lungo il tronco ed io la raccoglievo con dei bastoncini e la portavo al naso per assaporarne tutte le sfumature.
Dietro casa, dove c’era la cucina, in uno spiazzo di terra battuta dove giocavo e facevo epiche battaglie con i soldatini di plastica, un enorme cipresso, diverso dagli altri perché ad ombrello invece che sottile e slanciato, produceva quantità notevoli di resina profumatissima con cui mi incollavo inesorabilmente le mani che, con la terra che toccavo creavano uno strato orrendo e difficilissimo da togliere se non con la trementina.
Poi, quando era stagione, dai rami più bassi raccoglievo le sue pignette, le gazzozzole, dure come sassi che schiacciavo con una pietra per annusarne il forte profumo. Lo faccio ancora oggi quando trovo un cipresso, come un riflesso pavloviano, per ricordarmi di quando ero bambino e decisamente più puro.
Lungo il terrazzo c’era anche un muretto che lo delimitava dove qualche decina di vasi pieni di gerani facevano la loro bella figura. Rossi, rosa e bianchi, con le verdi foglie grasse e cicciolose che bastava sfregarle tra le dita perché emanassero i loro effluvi.
Alternati ai gerani i vasi con i garofanini dal profumo intenso e dolcissimo, leggermente piccante. Tutti gli anni, quando fiorivano, spostavo i vasi di quelli più profumati di fronte alla finestra della mia cameretta per sentirne l’odore quando facevo i compiti o steso sul letto leggevo qualche libro o fumetto.

Ricordo… Il concime, i piselli, Nonno Gigi
Per gestire tutto questo verde c’era un personaggio per me mitico che io chiamavo Nonno Gigi. Lui e sua moglie Elvira erano anziani e vivevano nella casetta dei custodi all’inizio della tenuta dove c’era il grande cancello di ingresso.
Erano contadini.
Lui magro, secco e nodoso come un ramo di olivo, con una benda nera sull’occhio sinistro perso in guerra, mi voleva bene. Quando lo trovavo in giro per il parco stavo sempre appiccicato a lui che mi raccontava storie fantastiche di cose che capivo poco, di Africa, di guerra, di tedeschi e di prigionia. Ero affascinato.
Lei una vecchina piccola, raggrinzita e piegata dal peso dei lavori e dalla vita, aveva dei bellissimi occhi azzurri. Sulla credenza, di un bianco vecchio ed ammaccato c'era una foto di loro due da giovani, lei era piccolina ma molto bella.
Nonno Gigi era riuscito a strappare alla contessa Gambinossi, cicciona e stronzissima proprietaria della tenuta, di utilizzare un pezzetto di terra in cima alla collina per farci un orto che lui curava con amore e dedizione incrollabile. Spesso mi ci portava e mi spiegava i vari ortaggi, come si curano e come si tratta la terra.
Di quel posto mi sono rimaste impresse in modo indelebile alcune cose: il profumo dei fiori di pisello ed il dolcissimo sapore dei piselli che lui coltivava, appena colti e sbucciati che mi dava con un sorriso sdentato e la gentilezza del suo unico occhio; l’odore potente di merda che usciva da un orcio che usava come concimaia e dove metteva dentro le deiezioni delle galline, della capretta e dei conigli che custodiva nel retro della sua casetta e che diluiva con l’acqua piovana. Lo raccoglieva con un annaffiatoio tutto rugginoso e scassato e poi ci concimava i suoi ortaggi. A volte dava a me questo compito, ma io non ero molto contento, specialmente d’estate l’odore di merda fermentata era veramente feroce.
Ricordo benissimo anche l’odore del pecorino, del pane e del vino di cui mi dava dei piccoli pezzetti e un piccolo sorso, quando si fermava a riposare ed a rifocillarsi.
Grande Nonno Gigi, un animo gentile innamorato della natura e del suo orto.
Altra cosa che non potrò mai dimenticare di quel piccolo angolo di paradiso è il prato che da lì scendeva lungo la collina, in tarda primavera e inizio estate una colata di papaveri rossi e fiordalisi blu e tante tante farfalle colorate che sembravano altri fiori dai mille colori senza stelo che si libravano nell’aria, che spettacolo!

Ricordo… Elvira e Gigi, la casetta dei custodi
Erano altri tempi, i bambini di allora, me compreso, erano molto più svegli e maturi, non ci faceva paura niente.
Io per andare a scuola, elementari e medie, dovevo attraversare tutto il bosco, che come percorso era più veloce e corto della lunga strada sterrata che portava all’ingresso principale dove sarebbe passato il pulmino che mi avrebbe raccolto per portarmi a destinazione.
In primavera ed estate nessun problema, era bello la mattina ed il pomeriggio al ritorno fare quel percorso nell’aria frizzante e profumata. Ma in autunno, e specialmente in inverno al buio e col freddo che ti spellava la faccia e che ti faceva sentire infinitamente pesante la cartella sulle spalle, era veramente una cosa che mi metteva alla prova. Anche lo stare ad aspettare per parecchio tempo il pulmino al gelo era duro.
Spesso e volentieri Nonno Gigi e Nonna Elvira, i custodi, vedendomi intirizzito, si intenerivano e nelle mattinate più fredde mi facevano entrare nella loro casetta per non congelare.
Anche qui odori e profumi indimenticabili.
Casetta di pietra e legno piccola e modestissima ma calda ed accogliente con le mura che avrebbero potuto raccontare storie di vite vissute.
Ricordo le assi di legno del pavimento scricchiolanti e la vecchissima cucina economica a legna, col piano in ghisa arroventato, unica fonte di calore per tutta la casetta.
L’odore di legna bruciata, a volte di carbone, il bollitore che borbottava ed il bicchiere di latte caldo e odoroso che Nonna Elvira mi dava per scaldarmi; era latte buono, grasso e denso che ti lasciava un buon sapore in bocca, mica quei troiai asettici che ci propinano oggi, più simili ad acqua sporca che a quel latte buonissimo.
Intanto Nonno Gigi stava davanti alla finestrella che dava sulla strada fumandosi la sua nazionale senza filtro e quando vedeva arrivare il pulmino, un Fiat 850 blu tutto scassato, lo ricordo ancora, mi dava una tenera arruffata ai capelli e mi faceva uscire.
Grazie Gigi ed Elvira, per il calore, e non solo per quello della stufa.

Ricordo… Le ninfee nel laghetto di Villa Strozzi
Un altro profumo che mi fa tornare in mente dei ricordi di quel periodo a tinte acquarello è quello delicatissimo delle ninfee.
Di fronte a Villa Strozzi c’era una bella fontana in mezzo ad un piccolo laghetto, con un putto di marmo bianco che teneva in mano una brocca da cui sgorgava l’acqua. Lo specchio d’acqua era quasi del tutto coperto da ninfee ed era popolato da molti pesci rossi.
Ci ho passato ore appoggiato ai bordi del laghetto a vedere i pesci che tranquilli nuotavano. Uno dei miei divertimenti era tirare dei sassolini sulle foglie galleggianti per vedere se sotto si nascondevano dei pesci.
Ma il momento più bello era quando le ninfee fiorivano ed il laghetto si trasformava in una tavolozza da pittore dove i colori erano il verde e tutte le sfumature di rosa, di violetto e di bianco. Mi sporgevo dal muretto per odorare questi fiori che avevano un profumo molto delicato, a volte mi accompagnava anche mia sorella, più piccola di me di un paio di anni, che si divertiva a giocare con l’acqua e ovviamente una volta ci finì dentro, la riportai a casa tutta bagnata e la sera mi presi una notevole lisciata a suon di scappellotti per non aver impedito questa “immane tragedia”.

Ricordo… Colle e vernici del laboratorio di restauro
Le scuderie, riadattate ad appartamenti, erano una struttura a ferro di cavallo di due piani dove una parte non era occupata, il resto era abitato da tre coppie senza figli, sopra di noi due sorelle inglesi quasi centenarie e simpaticissime che parlavano come Stanlio e da un laboratorio dove restauravano quadri e producevano cornici in legno dorate antichizzate.
Qualche volta i due artigiani che ci lavoravano mi chiamavano dentro dato che mi vedevano sempre solo e molto incuriosito del loro lavoro.
Entrando nel loro laboratorio ero colpito da una quantità di odori molto forti: vernici, colori ad olio, solventi, olii vari, diluenti e chimica a me sconosciuta. La cosa che mi affascinava di più era quando ricoprivano le cornici in legno grezzo con le sottilissime ed impalpabili sfoglie di oro zecchino e poi antichizzate con delle tecniche particolari.
A volte mi davano qualche piccolissimo frammento di queste sfoglie, per me era come avere tra le dita un tesoro inestimabile, era oro vero, e anche se erano frammenti di neanche un centimetro per me avevano un enorme valore.
Altre volte mi sedevo su uno sgabello accanto ad uno degli artigiani, più un artista direi adesso, che si occupava dei restauri. Niente di che, non erano certo dei quadri di valore, ma il vedere questo ragazzo che con calma certosina miscelava i colori ad olio per poi con il pennellino correggere i guasti al dipinto mi teneva con gli occhi incollati alle sue mani.
Mestieri ormai persi.

Ricordo… Benzina e sangue
Non ricordo l’anno preciso ma ero forse in seconda o terza elementare.
Era quasi estate ed io stavo aspettando il pulmino che mi avrebbe preso per portarmi a scuola.
Me ne stavo seduto su una specie di “panettone” di pietra vicino al cancello guardando il traffico intenso sulla via Pisana davanti a me. Allora le macchine non erano le decine e decine di modelli e marche come oggi, più che altro erano FIAT 500, 600, 1100, qualche Lancia e tanti rumorosissimi camioncini.
Ad un certo punto una 500, rossa, forse per un guasto meccanico invade la corsia opposta e si scontra violentemente e frontalmente con una 1100 grigia. Un botto incredibile! Vetri e rottami ovunque.
Io rimasi paralizzato dalla paura e dallo spavento. Il conducente del 1100, incolume, scese dalla macchina per portare aiuto alla ragazza che guidava la 500 e che era rimasta intrappolata nelle lamiere contorte.
Insieme ad altri automobilisti che si erano fermati riuscì ad estrarre la ragazza che si lamentava dal dolore e semi paralizzata dallo spavento. La fecero sedere sul marciapiede vicino a dove ero io mentre Nonno Gigi, il custode, chiamava l’ambulanza.
La ragazza era conciata proprio male o così mi sembrava, aveva dei profondi tagli sulla testa che sanguinavano copiosamente ed aveva tutta la faccia e le mani imbrattate di sangue. Ecco, di questo episodio ricordo l’odore del sangue, metallico, e quello della benzina che colava dal serbatoio della 500.
Era la prima volta che assistevo ad un scena di violenza così forte e per un paio di giorni ne rimasi stravolto.

Ricordo… Il negozio di giocattoli, cinema Universale, piazza Pier Vettori
Anche se ero un bambino avevo molta libertà. Un po’ perché allora non c’erano tutte le paure e le ansie di oggi, un po’ perché i miei genitori erano praticamente inesistenti e poi perché io mi sentivo “grande”.
Avevo una grande passione per il modellismo, specialmente quello per gli aerei della seconda guerra mondiale, che tra l’altro non era da tanti anni che era finita e a Firenze, specialmente nelle zone fuori dal centro storico, se ne vedevano ancora i segni e le ferite sulle case e su qualche palazzo ancora da rimettere a posto.
Quando riuscivo ad avere qualche soldino o riuscivo a fregare dal salvadanaio di mia sorelle qualche moneta scendevo in città ed a piedi percorrevo la via Pisana, attraversavo i giardinetti di Piazza Pier Vettori, che allora erano molto belli, con tanti alberi e siepi e panchine e mi dirigevo a passo veloce verso il cinema Universale - in quel periodo andavano forte i film cosiddetti “peplum” con Ercole, Maciste e antichi romani - dove accanto, subito dopo, c’era il mio paradiso: un negozio di giocattoli che aveva un sacco di scatole di montaggio di aerei, di navi da guerra e di carri armati.
Avrei voluto viverci la dentro!
Mi luccicavano gli occhi davanti alla piccola vetrina. Il titolare, che mi conosceva, mi lasciava prendere in mano tutte le scatole e le buste che io, indeciso, guardavo cercando di scegliere con la voglia di prenderle tutte. Ma le monetine erano poche e più di un modellino e di un paio di barattolini di vernice per colorarli non riuscivo a prendere.
E poi aveva una cassettiera tutta divisa in scomparti dove teneva una quantità immensa di soldatini, quelli piccoli di plastica morbida verde e marrone che compravo insieme alle miccette - piccoli petardi - per poi correre a casa dove facevo delle battaglie che duravano ore nello spiazzo in terra battuta dietro dove c’era la cucina.
Avevo anche un paio di cannoncini a molla di metallo con i quali tiravo le miccette in mezzo ai plotoni di soldatini schierati, delle vere stragi con i nemici che saltavano in aria e che spesso perdevo in mezzo alle foglie.
Odore di plastica, colle e vernici per modellismo, e di polvere nera delle miccette… questo mi è rimasto nella mente.

Ricordo… San Frediano, il lampredotto
A volte mi avventuravo ben oltre il negozio di giocattoli, in direzione di Porta San Frediano.
Allora si poteva, traffico ce n'era poco ed i ragazzini giocavano per strada o nei cortili.
C'era vita.
Qui, poco prima di attraversare la grande porta in pietra c’era una piazzetta dove stazionava sempre un camioncino che vendeva panini con la trippa e lampredotto, una prelibatezza! Sempre molto affollato dato che i panini erano veramente buoni; se mi avanzava qualche soldino era una tappa irrinunciabile anche per me.
Odore intenso di brodo fumante, trippa, prezzemolo, pepe e vino rosso e nazionali senza filtro o sigari toscani, il tutto esaltato da un sonoro vocio costante, si parlava della Fiorentina, di passera e bestemmie colorite come se piovesse.
Il quartiere di San Frediano era un rione di popolani, operai ed artigiani, gente grezza ma sincera ed il camioncino della trippa una vera istituzione.
Ora, purtroppo, non è più così.
Qualche volta proseguivo oltre Porta San Frediano, proprio nel cuore del borgo che era pieno di piccole botteghe e laboratori di falegnameria e restauratori di mobili e fabbri.
Vie strette e vicoli bui e umidi, con poco sole, tutto l’ambiente permeato da effluvi di legni, resine, colle, ferro surriscaldato e carbone, con questi antri scuri e odorosi illuminati da luci fioche dove artigiani bravissimi lavoravano il legno ed il ferro.
Rumore di pialle, martelli e colpi sull’incudine. Adesso tutto questo non c’è più, un vero peccato. Era molto bello, molto vero, molto umano.
La vita era in strada e nei cortili i ragazzini giocavano allegri e spensierati, la gente era laboriosa e semplice, le donne spettegolavano sull’uscio delle case.
Macchine poche, giravano ancora i carretti tirati da stanchi cavalli e spesso a tutti gli odori della vita intorno si mescolava anche quello pestifero della merda di cavallo.
Difficile scordarsi quelle immagini e quegli odori

Ricordo… L’alluvione
Ma l’odore che più ho sepolto profondamente e radicato nel mio cervello è quello dell’alluvione.
4 novembre 1966… e chi se lo dimentica più.
Avevo 10 anni. Abitando in una zona sopraelevata casa nostra non fu colpita ma i magazzini e gli uffici di mio padre, che erano a Porta a Prato, vennero sommersi da tre metri di fango.
Mio padre, che a quei tempi era un famoso radioamatore, insieme ad altri suoi amici avevano creato da casa nostra dei ponti radio con la polizia, carabinieri, esercito e ospedali per organizzare i primi soccorsi dato che in città le comunicazioni erano collassate.
Mancava la luce ed io, ragazzino, ero l’addetto al gruppo elettrogeno che era stato messo nel terrazzo di casa, stavo sempre pronto con la tanica della benzina per permettere a mio padre ed i suoi sodali con le radio di mantenere i collegamenti ed i primi aiuti.
Dopo circa una settimana, quando non c’era più l’emergenza dei primi soccorsi e l’Arno si era ritirato sono andato con mio padre nei suoi magazzini per vedere cosa era successo e per dare una mano.
Si sono visti poi decine di filmati, documentari e quant’altro sull’alluvione di Firenze, ma posso garantire che solo chi l’ha vissuta in prima persona può forse descriverla, dico forse perché l’immagine di quella immane tragedia sinceramente è difficile da descrivere.
C’era un silenzio spettrale a parte le sirene delle ambulanze e dei pompieri; la gente si muoveva come automi, in silenzio, o piangendo sommessamente. Tutti con in mano una pala, un secchio, un catino, una scopa, qualsiasi cosa fosse utile per raccogliere quella mortifera melma.
Piramidi di macchine distrutte ed accatastate ovunque, macerie. Nei magazzini di mio padre c’era più di mezzo metro di fango e detriti vari, praticamente mi arrivava alla cintola dei pantaloni. Per giorni e giorni con attrezzi di fortuna abbiamo spalato via il fango, sembrava non finisse mai. Come non finiva mai, anzi aumentava il puzzo.
Ecco, di quel momento una cosa che si è saldata nei miei ricordi è l’odore, tremendo. Difficile, se non impossibile, da descrivere: un misto di fango, benzina, gasolio, merda, fogna, olio, chimica, animali in putrefazione e chissà quant’altro.
Un puzzo che si attaccava addosso in modo morboso; potevi lavarti e lavarti in continuazione ma non andava via.
Ce n’è voluto di tempo per tornare alla normalità. Tutto passa ed il tempo addolcisce gli spigoli dei ricordi ma quell’odore, quell’odore, non lo potrò mai più dimenticare.


Adesso nulla è più come nei miei ricordi, la modernità ha cancellato e devastato tutto.
Villa Strozzi è diventata un luogo di convegni e sfilate. Le scuderie, casa mia, sono diventate un istituto di design per fighetti ed un bistrò e la limonaia, completamente rifatta e con orrende aggiunte moderne è diventata un posto sciccoso da aperitivi, eventi e manifestazioni per giovani rampanti e facoltosi. Il parco è stato stravolto, modificato, mutilato, ferito ed aperto al pubblico, l'orto di Nonno Gigi sparito, la galleria buia delle querce non c'è più, abbattute. Anche Firenze è cambiata, molto, sicuramente più becera ed insolente, come imposto dai nostri tempi moderni.
E' per questo, forse, che esistono i ricordi.





PENSIERI, ALIENAZIONE E MUSICA

Pensieri, Alienazione e Musica

(diario personale di una giornata chiuso in casa per il COVID, metà aprile 2020)





40 passi. Ci sono 40 passi tra la porta di ingresso e quella del bagno.
Questo è il percorso che faccio tutti i giorni per almeno una buona mezz’ora, e forse più.
Avanti e indietro, automatico, inesorabile. Devo farlo, in questi mesi di prigionia, per non perdere l’uso delle gambe e della mente. Per muovermi. Giornate senza un inizio ne una fine.

Ed è alienante.

Avanti e indietro. Come un pendolo.

Sulla porta di ingresso ho attaccato un foglio ed una matita. Ogni percorso una stanghetta, ogni 10 stanghette un segno in diagonale che le cancella. Come nella
iconografia carceraria.

Ho la fortuna di avere una casa grande. Ma il vecchio proprietario, un regista famoso, diede la ristrutturazione in mano ad un architetto che sicuramente in gioventù aveva fatto abuso di sostanze allucinogene e ha creato questa serie di open space contigui; niente porte, solo archi. Stanza dopo stanza.

40 passi avanti, 40 passi indietro. Ogni giorno, ogni maledetto giorno.

E’ più di un mese che sono chiuso in casa, è sempre più dura sopportare; e la carogna sta salendo. Inesorabile.


23… 24… 25…

Mia moglie è in campagna, beata lei. Abbiamo una casetta in mezzo al verde ed ai boschi sulle colline a pochi chilometri dalla città, il nostro “buen retiro”. Ora lì è esplosa la primavera con i suoi odori, colori accesi, ronzii, tepori; ecco, questa è la cosa che mi manca di più. In assoluto. Adoro la primavera, per me la stagione più bella, quella che mi fa rinascere e che dà un senso a tutto. Anche l’autunno mi piace molto, pure lui con i suoi profumi, colori di acquerello; un lungo sbadiglio prima di addormentarsi. Tutto mutevole.
Qui invece c’è sempre lo stesso quadro: le finestre con la facciata del palazzo di fronte, immobile, amorfo. E la piazza vuota. Deprivazione sensoriale. Solo quelli che stanno in galera, in isolamento, possono provare una tale assenza; quelli in cella, in qualche modo si possono toccare, parlare, interagire, litigare, stare insieme. E’ già qualcosa.


12… 13… 14…

Resistere. Devo tenere duro. Non devo cedere.
Quando faccio questi percorsi da carcerato in ora d’aria, ascolto buona musica in cuffia.
Per non disturbare. Un contatto intimo, solo mio; con la mia musica preferita.
Passo giornate, e spesso nottate, a cercare buona musica e fare una mia privatissima compilation. Un duro, ma piacevolissimo lavoro.
E’ tutta la vita che ascolto musica, la amo incondizionatamente, fa parte di me. Fin da bambino.
Mi ha salvato la vita prima, ora mi dà la forza di andare avanti. Sempre alla ricerca di una melodia, di parole, di poesie, di ritmi che mi diano emozioni e mi riempiono il cuore e l’anima di gioia. Come si diceva una volta: good vibrations. Ed è vero. Ogni nota, ogni accordo, ogni melodia toccano le mie corde e le fanno vibrare di piacere.


38… 39… 40…

un’altra barretta. Dietrofront. Si riparte.

Alienante

La musica, che meravigliosa forma d’arte!
Non sono credente, anzi non credo in niente e nessuno; ma se fossi credente direi che gli angeli esistono e sono i musicisti, i cantanti, chi lavora in studio di registrazione, chi produce. Un coro di angeli che fanno di tutto per darmi pace e gioia. Emozioni pure come l’acqua di un ruscello di montagna, o come il mare agitato dal maestrale. Vorrei essere come loro, ma il fare musica mi è stato negato e per me è forse l’unico rimpianto della mia vita. Storie vecchie, dolorose e tristi. In compenso ne sono diventato un appassionato e profondo ascoltatore. In ogni sua sfumatura. E comunque continuo a non credere.


1… 2… 3…

1440 KHz sulle onde medie. Ancora mi ricordo la frequenza. Radio Luxembourg, la mia passione per la musica nasce da lì. 1962 o giù di li. Ero un bambino di 6 anni e con mia sorella, per sopravvivere agli orrori familiari, ci nascondevamo nel mio letto sotto le coperte. Avevo una radiolina a transistor ed avevo scoperto Radio Luxembourg. Ero già affascinato dalla musica e la sera accendevo la radiolina a volume basso sennò ci sentivano e la magia si sarebbe dissolta. Quando si riusciva a sentire, ascoltavamo musica, gli ultimi successi, i gruppi, il rock, il blues, il jazz. Un mondo sconosciuto in Italia. Tutto da scoprire. Per motivi tecnici la musica andava e veniva, come un’ onda.
Trasmettevano da molto lontano, dall’Inghilterra, o da una piccola nave nelle acque internazionali a sud dell’Inghilterra,un altro mondo allora. E quando calava il volume tornava la paura ed il dolore. Magica radiolina! E’ un ricordo di splendore adamantino.
Oggi è tutto diverso. C’è sovrabbondanza di tutto ed il tutto è a portata di mano, basta un click. Mica il pionierismo di allora.


38… 39… 40…

Pipì. Mi giro. Riparto dalla porta del bagno.

Alienante

Sono in soggiorno, mi fermo un attimo davanti alla finestra che dà sulla piazza. In giro non c’è nessuno. Traffico inesistente. Un silenzio assoluto. Ma dove sono tutti? Cosa sta succedendo? Emotivamente e socialmente tutto questo macello avrà conseguenze pesantissime sulle persone, non ho dubbi. Sono in pochi che l’hanno capito. Per non parlare del disastro economico. Tutto fermo. Solo io vado avanti e indietro, un inutile moto perpetuo. Cosa succede dietro quelle finestre? Quando accadrà che tutti apriranno le finestre e lanceranno il loro urlo lacerante di rabbia, tutti insieme in una unica, devastante valanga sonora?

Mi riprendo e riparto.


19… 20… 21…

Adesso capisco cosa vuol dire sentirsi in gabbia.

Molti, molti anni fa sono andato allo zoo della mia città a fare un servizio fotografico personale sulla pazzia che colpiva gli animali in gabbia. Ho sempre odiato gli zoo come i circhi e me ne sono sempre tenuto alla larga, la sofferenza degli animali mi devasta; decisamente meno quella dei bipedi umani. Ho cominciato a scattare foto, con un groppo in gola che mi toglieva il respiro. Ma dove ho pianto è stato davanti alla gabbia di una tigre: continuava a girare in tondo in questa microscopica gabbia, ogni tanto si fermava e mordeva le sbarre. Le mordeva così forte che le sanguinava la bocca. Anche adesso che scrivo, al solo ricordo mi viene da piangere. Le scattai un'unica foto, mentre mordeva le sbarre. Ce l’ho ancora quella diapositiva, ma l’ho nascosta. L’ho nascosta da qualche parte, dove so che non la troverò mai più. Non la voglio più vedere. Mai più, troppo dolore.

Ora io sono quella tigre.


26… 27...28…

La mia playlist va avanti. Un brano dopo l’altro. Un passo dopo l’altro.
La mia musica, medicina della mia anima ormai vecchia, sgretolata, corrotta.
Passa dalle orecchie a tutto il corpo, dandomi calore, lenendo il dolore, dissolvendo le preoccupazioni.
Adesso è partita “The Rain Song” dei Led Zeppelin nel ‘73. Avevo 15 anni. Una ballata che mi tolse il fiato per la sua armonia, per la sua dolcezza. La canzone della pioggia… 
ma come vi è venuta in mente, miei adorati Robert e Jimmy? Già allora un po’ di inglese lo sapevo, per lo più scolastico; ma anche appreso dalle traduzioni che facevo dei testi scritti nelle copertine degli LP. Quante ore passate col dizionario in mano, scoprendo testi bellissimi, intimi. Frasi che mi hanno segnato, che mi hanno colpito lasciando un segno indelebile.

“ È la primavera del mio amore

La seconda stagione che sto conoscendo

Tu sei luce del sole nella mia crescita

Sentivo cosi poco calore prima

Non è difficile farmi sentire ardente

Ho guardato il fuoco crescere lentamente… “


Continua il mio cammino. Almeno potessi essere fuori, nei vicoli. Avrebbe più senso.
Le cuffie mi inondano con “In My Life” dei Beatles. Brano bellissimo del ‘65.
Avevo 9 anni. Non sapevo ancora bene l’inglese ma adoravo quella canzone; forse era un segno. Col passare degli anni ho tradotto il testo e mi ha colpito così tanto che la voglio come colonna sonora quando morirò. Perchè mi rappresenta. Sono tante le cover fatte da allora, ma quella che più sento mia è quella eseguita da Diana Krall: più lenta, più vera, malinconica, una dolce carezza all’anima.


“ Ci sono luoghi che ricorderò

Per tutta la vita, anche se qualcuno è cambiato

Alcuni per sempre, non per il meglio.

Qualcuno se n'è andato, qualcuno è restato

Tutti questi luoghi hanno avuto un loro momento

Con amanti e amici, che riesco ancora a ricordare

Alcuni sono morti, altri sono vivi

Nella mia vita, li ho amati tutti…. “



Grazie a tutti voi! Gli anni 60, 70, 80, 90… che musica meravigliosa. Un concentrato, tutto in quel periodo. Ed io l’ho attraversato assorbendo tutto: brani potenti, allegri, tristi, arrabbiati, dolci, intensi, malinconici, dolorosi, strazianti. Molti di loro sono già morti e tra poco anche gli altri se ne andranno. Ma hanno lasciato un segno indelebile, quelli della mia generazione, gli anni 50, ne sanno qualcosa e mi capiscono. Oggi non più, oggi è un altro oggi.


17… 18… 19…

Comincio ad essere un po’ stanco. Sono al quinto brano. Ormai cammino come un automa. Un robot a molla dove la carica sta finendo.

Alienante

Conosco il percorso a memoria ormai. Provo a farlo ad occhi chiusi, diamogli un senso, un brivido. Conto i passi, qui so che devo girare, qualche passo ancora... attento che qui c’è il tavolino. Ce l’ho fatta, torno indietro.
Passo dopo passo. Ed i pensieri si accumulano nella mente, niente che abbia un senso; sono solo sensazioni. Questa vita senza stimoli, monocorde, vegetativa, questa assenza sensoriale sta dando dei risultati alquanto bizzarri: la notte faccio dei sogni incredibili, dei veri film multisensoriali. Colori, odori, sensazioni fisiche. Storie astruse, allucinogene, lisergiche. Molti di questi sogni sono come delle serie televisive, puntata dopo puntata con un loro senso logico se mai le storie visionarie possano averne. Ed in quasi tutte c’è il mare, con il suo profumo di salsedine ed io che passeggio sul bagnasciuga con i piedi nell’acqua e tutto intorno che si modifica come in un enorme caleidoscopio. Sarà che io ho sempre amato il mare e mai come adesso mi sta mancando. L’assenza di sogni porta altri sogni.
A volte però sono sogni colorati di sfumature di grigio… o privi di colore , come una
 astiera di pianoforte con tutti i tasti bianchi. Alienante. Straniante

Alienante

33… 34… 35…

Quinto brano. Avanti e indietro. Da est verso sud, poi ad ovest per arrivare a nord. Ho due gatte in casa: una molto vecchia e totalmente sorda, ormai alla fine dei suoi giorni. L’altra più giovane che nutre un amore sconfinato nei miei confronti. Cammino davanti a loro che stanno ferme ad osservarmi incuriosite sullo schienale del divano. La giovane mi guarda con la coda a punto interrogativo. La vecchia ogni tanto tira un miagolio sgraziato per chiamarmi, non si sente quindi miagola tutta scordata. Due coccole, anche di più, perché vi amo, esseri viventi puri ed incontaminati.
La vecchia mi fa pensare alla fragilità delle nostre vite. Ti manca poco amore mio, poi sarà uno strazio. Un altra brutta cicatrice sul mio cuore dove sopra ce n’è già un ricamo.


19… 20… 21…

Un passo dopo l’altro. Mi fermo in cucina che ho sete. Sto sudando. Bevo guardando l’orologio appeso al muro, la fragilità delle nostre vite in un quadrante. Un quadrante bianco con solo un’ora: dalle dodici all’una. Sono nato che era mezzogiorno. Adesso sono a mezzogiorno e tre quarti. Arrivato all’una poi non c’è più niente. Quadrante vuoto, bianco. E la lancetta dei secondi, bastarda, inesorabile, va avanti. Cazzo.
Vorrei saper dipingere per colorare questo ritratto del tempo, ma ho solo una tavolozza vuota ed un pennello senza peli.
E la mia vita comunque va avanti, come questa inutile camminata. Ho smarrito dei pezzi, ma non ricordo più dove li ho persi. O se qualcuno li ha trovati ma non me li ha mai restituiti. E non posso più tornare indietro, sempre avanti, passo dopo passo. Porta del bagno, porta di ingresso. Almeno il bilancio finale è decisamente positivo.


7… 8...9…

Ho approfittato di questi inutili giorni per fare pulizia nella mia vita. Era necessario.
Pulizie pasquali. Troppa polvere. Ho tenuto solo gli amici più cari, quelli fraterni, quelli della vita 1.0. Quei pochi con cui sono cresciuto da ragazzo, insostituibili, che mi hanno salvato dall’oblio e dato la forza di resistere. Ho tenuto poi gli amici, che posso contare sulle dita d’una mano, con cui ho vissuto la mia vita 2.0, la 3.0 ed ora la 4.0, solide colonne portanti che tengono ancora in piedi questo vecchio, traballante, palazzo di carne degli anni 50.
Ho fatto pulizia, cancellato numeri, eliminato persone passate al setaccio fine; erano solo grumi, molti grumi. Alla fine è rimasta poca roba, ma buona.
Mai stato sui social, che detesto, solo una serie di persone e di gruppi e parenti su Whatsapp depennati, azzerati. Puff!
Sempre stato un asociale, nel senso che sto bene da solo. Con una vena di misantropia accentuata da questo squallido periodo.
Sto bene solo con la mia amata moglie ed i miei adorati gatti. Parlo poco, molto poco.
Ma so ascoltare e quello che ho ascoltato in questo mese mi ha messo in mano la gomma per cancellare tanto: via la tv, via il cell, via i giornali, via il genere umano. Una vera rottura di coglioni. Argomentazioni monocordi infarcite di ziggurat di blablabla a senso unico. Basta, via, cancellare, finish, stop! Ho recuperato un sacco di pagine bianche su cui riscrivere la mia storia.


20… 21… 22…

Porta del bagno, ingresso, e ritorno, step by step. Come il ciclo dell’acqua.
Comincio ad essere veramente stanco.
Quanti Km avrò fatto? Ieri ne ho fatti 3 e qualcosa in più, ma oggi sono andato oltre.
Forse perchè la musica, in sequenza casuale, era particolarmente bella. Il lettore musicale ha capito il mio stato d’animo. Ha cercato di tirarmi su il morale proponendo una serie di blues strazianti.
Quanto mi piace il blues!
Quello elettrico, quello dei grandi chitarristi, con quegli accordi in settima e nona che mi fanno palpitare il cuore. E quegli assoli di chitarra che mi esaltano l’anima. Bellissimi. Quanto mi piace il blues!
Anche il jazz mi piace da morire. Specialmente quello cantato; cantato da voci femminili, dalle voci un po’ scure. Le voci delle cantanti di colore, mi fanno impazzire.
Forse perchè, sia il blues che il jazz, nascono dai campi di cotone. Contrasto tra bianco e nero. Sofferenza e resilienza. Voci incredibili, che mi emozionano fino alle lacrime. O forse qualche lontana reminiscenza, ormai persa nelle nebbie della vita, della mia tata Tina. Da bambino, mi accudiva più lei di quella palpabile assenza di mia madre. Mi coccolava, mi accarezzava, mi baciava conscia del mio baratro affettivo, e ricordo come se fosse adesso quando mi faceva il bagno, che mi cantava con la sua voce roca ma bellissima le canzoni che le piacevano. Non era una bella donna, piuttosto sgraziata, ma che voce; e quanto amore. Cantava sempre, tante canzoni: una fra queste, che eseguiva spesso, era “Estate” di Bruno Martino, canzone che amo con tenerezza ancora oggi.
Che tracce che lascia la musica in me, incredibile. Poi vennero i Beatles ed il mondo, per me, non fu più lo stesso. Posso dire che sono stato amato dalla musica quasi quanto l’ho amata io.


33… 34… 35… 36… 37… 38… 39… 40…

Basta. Adesso basta. Ho fatto circa 4 chilometri. Sono decisamente stanco e mi fa male un ginocchio. La natura non ci pensa due volte a ricordarti che hai un’ età. In molti fanno finta di niente, vogliono sempre sentirsi giovani, che ipocriti! Io no, io ascolto la natura, e le sono grato: mi ha dato una vita piena, complicata, incasinata, con gioie e dolori, amori, amici, tante belle cose e tante cose da dimenticare. Insomma, una vita.

Neanche a farlo apposta in cuffia parte il brano “When The Music’s Over” dei Doors.

Che caso!

“Quando la musica è finita

Quando la musica è finita

Quando la musica è finita

Spegni le luci

Spegni le luci

Spegni le luci

Perché la musica è la vostra speciale amica

Danzate sul fuoco come lei richiede

La musica è la vostra unica amica

Fino alla fine

Fino alla fine

Fino alla fine”


Per oggi la camminata con i miei pensieri bislacchi e la mia musica può bastare. E’ ora di farmi un buon caffè. L’alienazione però rimane.
Tra qualche minuto, attraverso la porta finestra del balconcino dietro casa, apparirà il sole. Per circa tre ore mi posso sedere in quello spicchio di calda gioia, e scaldare la mia vecchia e ferita anima al calore di un magnifico sole primaverile. Sempre con la mia musica preferita di sottofondo. E libererò la mia mente.

Per un po’.

Forse.






LO SGUARDO

Lo sguardo



Oggi è la giornata perfetta. Sono molto rare, ma a volte ti ci trovi dentro senza saperlo e puoi solo abbandonarti allo scorrere del tempo.

Da quando mi sono svegliato già sentivo qualcosa di particolare, di sospeso nell’aria. Ho dormito perfettamente, senza gli incubi ed i sogni assurdi che il mio subconscio ama rigurgitare nel sonno.

E’ tarda primavera qui sull’isoletta in mezzo al Mediterraneo dove mi sono rifugiato da ormai una decina d’anni. Stufo della vita frenetica di città, stufo di amici e conoscenti il cui unico desiderio è sentirsi belli, giovani, in salute, perfetti e con l’illusione di vivere in eterno; stufo del mio lavoro in una azienda chimica come ricercatore mai appagato, amareggiato e deluso, stufo di amanti ed avventure che nascono vuote e finiscono piene di rancori. Stufo di tutto.

Allora bisogna fermarsi e decidere cosa fare della propria vita, se lasciarsi cullare dalla sottile depressione e dall'autocommiserazione o dare una svolta decisiva e reinventarsi una vita. Ecco, è quello che ho fatto. E’ cassazione. Preferisco una vita nuova, anche se di vita non me ne rimane poi molta.

Mi sono licenziato, nonostante fossi vicino alla pensione, ho messo in vendita la casa, regalato o buttato tutto il suo contenuto fatto di materia e di sogni infranti, dato l’addio a tutti senza spiegare niente e me ne sono andato. Poca roba in un trolley, lo stretto necessario. Destinazione questa isoletta, trovata girando il Mediterraneo su Google in una fredda serata di noia e di decisioni posticipate.

Isola microscopica, qualche centinaio di abitanti, turismo praticamente inesistente. Niente intorno per miglia e miglia se non il mare ed il cielo. Fantastico, la pace, dentro e fuori.

Era quello che cercavo.

Con la discreta liquidazione ho comprato una piccola casetta, ma proprio piccola, un mezzo rudere, quasi regalata. Ottima posizione, un po’ in alto sulla collina davanti al mare, macchia mediterranea profumata tutto intorno. E silenzio.

Ci ho lavorato parecchio per renderla abitabile ma adesso questa manciata di metri quadri è perfetta per le mie pochissime esigenze. Quello che resta dei soldi mi basta per vivere ancora dignitosamente in attesa della vendita della mia vecchia casa.

Le esigenze sono minime, ce la posso fare. Qui ho ritrovato la pace.

La gente del posto mi ha accettato, isolani, rudi e dolci al tempo stesso, gente che mi piace.

Se c’è bisogno gli do una mano e loro ricambiano altrettanto, una piccola comunità.

Oggi ho lavorato tutto il giorno, l’esterno della casetta aveva bisogno di una mano di calce. Mi piace il lavoro fisico, ed è piacevole la stanchezza che ti lascia e la soddisfazione di aver lavorato bene. Mi merito un bicchiere di vino bianco fresco da Attilio, giù al porticciolo.

Il bar trattoria di Attilio è piccolo, sul promontorio davanti al porto, pochi tavoli all’interno ed ancora meno sul patio che da sul mare, frequentato dai vecchi pescatori di paese e da un paio di sonnacchiosi gatti.

Il canniccio sopra la mia testa crea una piacevole ombra ed i gerani sul muretto mi regalano il loro profumo. Mare piatto oggi, solo una leggera brezza di mare che porta il suo odore e racconti di pescatori e naviganti. Mi siedo al tavolino con bicchiere ed una fresca bottiglia di bianco, qui si paga la consumazione nel senso di quanto consumi. Attilio è un anziano, parla pochissimo e se lo fa usa gli occhi, una vita a combattere fra le onde per una manciata di soldi, la pelle come cuoio cotta dal sole e dalla salsedine; ma gli isolani sono così, un po’ come me, forse è per questo che siamo entrati presto in sintonia. Rughe come coltellate, mani che a stento si piegano ed un cuore di onde di mare.

Stavo sorseggiando il mio vino con lo sguardo perso nell’orizzonte e pensieri leggeri quando al tavolino di fronte al mio si è seduta una donna.

Non è del paese, che qui li conosco tutti. Non è ancora stagione per i pochissimi e rari turisti che si avventurano su questo scoglio, chi é? Una cosa è certa: è bellissima. Non è giovane, direi tra i 50 ed i 60 portati veramente bene, forse per il fatto che è un po’ in carne, burrosa direi e questo spiana i dispiaceri della vita e il ticchettio degli anni che passano.

Capelli castani con qualche filo d’argento mossi che le sfiorano le spalle.

Il viso un ovale perfetto, occhi grandi colore del mare in tempesta di taglio leggermente orientale, naso ne piccolo ne grosso con una piccola deliziosa gobbetta. Una bocca strepitosa, disegno perfetto, carnosa senza eccedere, con denti bianchi e regolari. Anche il resto del corpo si fa notare, seno rigoglioso e fianchi larghi, gambe lunghe, mani e piedi curatissimi, insomma anche se con qualche imperfezione assolutamente armonico.

Gran bella donna, accidenti.

Attilio, silenzioso come un gatto, le porta l’ordinazione e lei lo ringrazia e gli regala un sorriso, Attilio, vecchio volpone di mare, anche lui ammaliato, risponde con uno dei suoi rarissimi sorrisi e rientra.

Io la guardo negli occhi e lei risponde al mio sguardo con un sorriso e un cenno col bicchiere guardandomi anche lei negli occhi. Rimaniamo così per qualche secondo, senza imbarazzo, occhi negli occhi e sorrisi di piacere. In quel momento ci scambiamo tutto, niente parole, niente bugie, niente frasi di convenienza. La chimica dei corpi, esiste eccome, l’attrazione dei sessi è una cosa assolutamente naturale ed istintiva, il più delle volte ingabbiata dalle convenzioni, dalla falsa moralità e antichi dogmi. Ma quando si scatena diventa una pulsione ingestibile. In quei secondi ci siamo trasmessi tutto: desiderio, passione, sesso, piacere, gioia, dolore, curiosità, storie… abbiamo fatto l’amore così, con gli occhi e le labbra, il non detto ed il non fatto.

Ed è stato meraviglioso, appagante per tutti e due.

Poi, come se fossimo in perfetto accordo, io sono tornato a guardare il mare e lei a leggere un piccolo libro che aveva in borsa. E’ ancora capitato che incrociassimo gli sguardi e con quelli continuavamo a parlarci e accarezzarci.

Poi alle 18, quando il sole stava tramontando regalandoci emozioni profonde, è arrivato il piccolo aliscafo che fa servizio tra le isole e la terraferma. La donna ha chiuso il libro, uno sguardo al tramonto inondata di una luce dorata che la rendeva ancora più bella. L’ho fotografata così, istante magico che terrò per sempre nel mio cuore.

Si è alzata, e passandomi vicino ha avvicinato il suo viso al mio e mi ha dato un lievissimo e casto bacio sulle labbra. Con passo lento si è diretta all’imbarco, prima di salire si è girata e mi ha regalato un altro indecifrabile sguardo con la brezza che le scompigliava i capelli.

Mentre saliva sull’aliscafo ho continuato a guardarla e non ho saputo trattenere un accenno di sorriso. Attilio si è avvicinato, lo sguardo rivolto al molo, e ha detto: “... gran donna ...”


Oggi è la giornata perfetta.