Cerchi nell'acqua

Cerchi nell'acqua


La mia vita come un alito di vento, arrivo in mezzo alla quiete, agito l’erba e i fiori, passo in mezzo alle foglie, increspo l’acqua, e me ne vado, senza lasciar traccia.

Sono un solitario, mi piace stare da solo. A casa ho tolto gli specchi.

Nella mia vita ho fatto un sacco di cazzate per non renderla una inutile cazzata.

Ho tirato un mattone quadrato in mezzo allo stagno, ma ha fatto dei cerchi nell’acqua, non dei quadrati. 

Stamattina mi sono svegliato bene, col cazzo bello duro, per un po’ ci ho creduto, ma era solo rigor mortis. O forse idrominchia... Ogni tanto fa bene illudersi.

Quando ascolto della bella musica mi commuovo e piango, mai stato così bene. Leggero.

Parlo molto poco, preferisco stare in silenzio, sarà che da ragazzino balbettavo fino all’afasia; crescendo non più, mi sono curato da solo, ma certe cicatrici rimangono.









Per un'ora soltanto

Per un'ora soltanto


ciuiiii, ciuiiii ciuiii, ciuiiiiiiii….

Eccola, la poiana che volteggia sopra di me, magnifica.

In questo tepore primaverile sbracato al sole sul lettino in giardino guardo il cielo terso e sereno.

Non ho voglia di pensare a niente, che la vita è già pesante.

Guardo la poiana che senza battere le ali galleggia lentamente nell’aria sfruttando una corrente ascensionale.

Veleggia in larghi cerchi, sale, scende… ciuiiiii ciuiiii

Chissà se sta cercando una preda o se è solo felice di librarsi immobile nell’aria?

Chiudo gli occhi,  scambiamoci i ruoli per un ora, per un'ora soltanto.


ciuiiii, ciuiiii ciuiii, ciuiiiiiiii….








Dune

Dune


Deserto, dune come onde,

i tuoi ricci neri nel vento,

un inesorabile tramonto.

L'anima leggera.

E' questa la bellezza?

E' un sogno o realtà?

.........................................


DRIIIIIINNNNN....  o cazzo.... 









Kind Of Blue

Kind Of Blue


Immagina di essere avvolto in un caldo abbraccio di tranquillità. Sei lì, sulla tua poltrona preferita, con il tuo fidato compagno felino raggomitolato sulle tue ginocchia. La luce soffusa del caminetto accanto a te si riflette sul bicchiere di brandy che tieni delicatamente in mano. Puoi percepire la danza delle fiamme, il calore che si diffonde nella stanza, l'aroma del legno che brucia mescolato con la dolce fragranza del brandy. Tutto è in equilibrio, e tu, sei al centro di questo universo intimo.

La puntina del giradischi sulla prima traccia di "Kind of Blue", e le note di "So What" fluiscono nella stanza come un fiume tranquillo. La tromba di Miles Davis è una voce che sussurra, che parla, che racconta una storia. È un richiamo alla serenità, un inno alla pacificità. Le note si insinuano tra le fibre del tuo essere, destando le emozioni più profonde, risvegliando ricordi, sogni e speranze.

Chiudi gli occhi, lasciandoti trasportare dal fluire della musica. È come un viaggio attraverso un paesaggio onirico e mutevole. Puoi quasi vedere le note che si trasformano in colori, disegnando scenari surreali e vibranti. Vedi montagne azzurre, valli di velluto, fiumi d'argento, cieli viola. Ogni accordo, ogni nota, è una pennellata su quel quadro immaginario.

Il gattone, intanto, si acciambella ancora di più sulle tue ginocchia, quasi a rispondere al ritmo sussurrato dalla musica. Puoi percepire il calore del suo corpo, il suo respiro ritmico, il morbido pelo sotto le tue dita. È una connessione silenziosa, un legame che va oltre le parole, una comunione di spiriti.

"Freddie Freeloader" arriva poi, portando con sé un senso di gioia rilassata. Puoi quasi immaginare di vedere Miles Davis e la sua band, intenti a suonare nel loro studio, completamente immersi nel flusso della musica. C'è un senso di comunità, un sentimento di appartenenza che pervade l'atmosfera. Tu, il tuo gatto, la musica, siete tutti parte dello stesso intreccio di energia e vita.

Il calore del brandy che sorseggi lentamente amplifica la tua esperienza sensoriale. È come un fuoco liquido che riscalda il tuo interno, risvegliando i tuoi sensi, intensificando la tua percezione della musica. Ogni goccia che bevi sembra far risuonare le note di Davis ancora più profondamente dentro di te.

Alla fine, quando le ultime note di "Flamenco Sketches" si dissolvono nel silenzio, ti ritrovi a fluttuare in un mare di calma, avvolto in un cocoon di serenità. Ti senti rinnovato, rigenerato, riportato alla vita dalla magia della musica di Miles Davis. Resti lì, con il tuo gatto sonnecchiante sulle ginocchia, il brandy che luccica alla luce del caminetto, la mente che viaggia liberamente, in pace con te stesso e con il mondo.

Questa, è l'emozione che ti dà ascoltare "Kind of Blue" di Miles Davis. È più di un semplice ascolto; è un'esperienza, un viaggio, un ricordo da custodire.






Il Respiro della Musica

Il respiro della musica


Fin da bambino, la musica è stata per me più di un semplice accompagnamento delle mie giornate. Era l'essenza che dava vita all'aria che respiravo, come una melodia invisibile che aleggiava nel mondo, pronta a farsi sentire nei momenti più inaspettati. La musica era il linguaggio che capivo meglio di ogni altra cosa. Parlava direttamente al mio cuore, senza bisogno di parole. Eppure, pur essendo così presente nella mia vita, è stato solo con il passare degli anni che ho compreso appieno la forza che questa esercita su di me, come un legame profondo che va al di là della razionalità, che tocca qualcosa di più primitivo, più vero.

Quando ero piccolo, ricordo che la casa di mia nonna era il mio rifugio più sicuro. Era una casa che sapeva di legno e di vecchie memorie, e ogni angolo era impregnato di storie che sembravano uscite da un libro mai scritto. Ma la parte che mi affascinava di più era il vecchio grammofono che mio nonno aveva sistemato accanto alla finestra. Ogni volta che la sua puntina si posava su un disco, qualcosa cambiava nell’aria. Il fruscio iniziale, come una promessa di un viaggio che stava per iniziare, mi faceva fermare ogni attività, ogni pensiero. Non appena le note cominciavano a fluire, il mondo si trasformava. Le melodie si intrecciavano con le ombre, le immagini diventavano più nitide, più potenti, e ogni movimento sembrava danzare in sincronia con la musica che mi circondava.

Quando la mia nonna cantava, non c'era bisogno di comprenderne ogni parola, perché il suo canto aveva una forza che penetrava direttamente nell'anima. La sua voce era calda e avvolgente, una carezza invisibile che mi faceva sentire al sicuro, come se fosse capace di proteggermi da ogni paura. La musica, in quella casa, era qualcosa di sacro, una forza primordiale che mi faceva sentire parte di qualcosa di più grande. Non era solo intrattenimento, ma un veicolo di emozioni pure, di stati d'animo che, senza di essa, non avrei mai saputo esprimere.
La musica era capace di far emergere emozioni che non sapevo nemmeno di possedere. Un giorno, ricordo, avevo solo sette anni e mi trovavo davanti a un pianoforte. Le dita, ancora goffe, toccavano i tasti senza riuscire a produrre una melodia vera e propria. Ma in quel momento, quel semplice tocco mi sembrava il linguaggio più potente del mondo. Sentivo il legno che risuonava sotto le mie dita, come se ogni nota fosse una parte di me che finalmente veniva a galla, liberata dalle profondità di un cuore che, forse, ancora non sapeva come raccontarsi. La musica mi ha insegnato a riconoscere quei momenti di pura bellezza che non si trovano in nessun altro posto, quei momenti in cui il cuore e la mente sembrano fondersi in un’unica cosa, come una sinfonia perfetta.

Crescendo, ho imparato che la musica non era solo una questione di suoni e ritmi. Era la colonna sonora dei miei sogni, delle mie speranze e dei miei timori. Ogni canzone che ascoltavo sembrava riflettere un pezzo di me, un aspetto della mia personalità che non riuscivo a esprimere altrimenti. Quando avevo il cuore pieno di gioia, c’era sempre una canzone che sembrava rispecchiare quel momento di felicità. E quando il dolore si faceva strada nella mia vita, c’era una melodia triste che mi faceva sentire meno solo, come se qualcuno, da un'altra parte del mondo, avesse provato lo stesso dolore. La musica aveva il potere di rendere il mio cuore più grande, di abbracciare la mia solitudine, ma anche di festeggiare la mia vita, come se ogni battito del mio cuore fosse una nota che si inseriva in un'armonia universale.

Non sono mai stato bravo a descrivere a parole le emozioni che la musica mi procura, ma so che sono qualcosa di tangibile. Non si tratta solo di una sensazione, ma di una connessione profonda, radicata nelle fibre stesse del mio essere. Ogni volta che ascolto una composizione, che sia una sinfonia classica, un pezzo jazz o una canzone pop, mi sembra di toccare una parte di me che non conoscevo. La musica è il mio rifugio, il mio modo di esplorare il mondo interiore e di trovare equilibrio in un mondo che, a volte, sembra troppo caotico.

La mia passione per la musica è, in un certo senso, anche una ricerca. Ogni volta che scopro una nuova canzone, un nuovo artista, o una melodia che non avevo mai sentito prima, è come se aprissi una nuova porta verso un altro universo. Ogni nota che ascolto è come un frammento di una storia che si intreccia con la mia, un’onda che mi porta lontano ma che, allo stesso tempo, mi fa sentire più vicino a tutto ciò che è veramente importante. La musica è un viaggio che non finisce mai, e io la seguo, come una stella che brilla nel cielo, sempre presente eppure sempre nuova.

Adorare la musica non significa solo essere spettatori di qualcosa di bello. Significa essere partecipi di una dimensione emotiva che è più grande di noi. È un atto di ascolto che va oltre il semplice sentire, un’esperienza che ci cambia dall'interno, un’emozione che ci fa sentire vivi. E questa è la ragione per cui, fin da bambino, la musica è stata il mio porto sicuro e la mia fonte di libertà. Perché, attraverso di essa, ho scoperto che la vita può essere tanto più profonda e straordinaria di quanto le parole possano mai descrivere.





La notte che non finisce mai

La notte che non finisce mai


Era una di quelle notti in cui il sonno sembra diventare un lusso inaccessibile. Il vecchio Alfredo si rigirava nel suo letto da ore, avvolto nel silenzio di un sonno che non riusciva mai a venire.

La stanza, immersa nell'oscurità, sembrava riflettere il suo malessere. Le pareti spoglie, il letto vuoto accanto a lui, come un testimone della sua solitudine. Il ticchettio dell'orologio, che normalmente lo avrebbe fatto sentire a suo agio, ora gli suonava come un richiamo angoscioso alla realtà: il tempo che non passa, le ore che si stendono come un fiume senza fine.

Quando il sonno non arriva, non c’è altro da fare se non alzarsi, pensò. Si vestì lentamente, con una certa difficoltà, come se ogni movimento richiedesse uno sforzo che non riusciva più a sostenere.
La casa, che una volta aveva ospitato una famiglia numerosa, ora gli sembrava stranamente vuota. Il rumore dei suoi passi sulle piastrelle lucide, che riflettevano la poca luce che filtrava dalle persiane, gli dava la sensazione di camminare in un luogo che non gli apparteneva più.

La nostalgia lo assaliva, ma era un'emozione che non trovava più spazio nel suo cuore. Non riusciva più a piangere, nemmeno quando ne sentiva il bisogno.
Decise che doveva uscire, andare fuori, allontanarsi dal suo letto vuoto e dalla casa che ormai sembrava una prigione. Si avvicinò alla finestra, guardando la città che, come lui, sembrava dormire. Torino, avvolta nella nebbia leggera che la rendeva più misteriosa, più lontana. La città che aveva conosciuto da giovane, le strade piene di vita, i negozi aperti fino a tardi, i caffè pieni di conversazioni e risate. Ora, a quest'ora della notte, sembrava una città senza cuore.

Prese le chiavi della macchina e si diresse verso il garage. Il motore si accese con il consueto rumore metallico, mentre la luce dei fari illuminava brevemente il vuoto intorno a lui. Alfredo sentiva il peso della solitudine, ma anche una strana sensazione di libertà. La notte era sua, come se il mondo avesse smesso di girare, offrendo solo a lui il privilegio di attraversarlo.

Con le mani strette sul volante, cominciò a guidare senza una meta precisa, lasciando che la macchina lo portasse dove voleva. Le luci dei semafori e le strade deserte sembravano appartenere a un’altra era. Il centro di Torino, solitamente pieno di persone e di traffico, ora era desolato. Le vetrine dei negozi chiuse, i palazzi silenziosi, eppure Alfredo sentiva che in qualche modo tutto questo faceva parte di lui. Era come se la città avesse preso la sua stessa forma, fatta di vuoto e di attese infinite.

Mentre guidava, il pensiero che lo tormentava era uno solo: dove andare? Uscire dalla città. Perdersi. La campagna lo chiamava, anche se non riusciva a immaginare quale fosse il motivo di quel desiderio. Le strade di campagna gli sembravano più vere in quel momento, lontane dalle luci artificiali della città, lontane dal caos che gli aveva fatto compagnia per troppo tempo. La solitudine, per quanto dolorosa, gli sembrava più accettabile nella sua forma più autentica, quella che la natura offriva.

Si allontanò dalle luci della città, dirigendosi verso i colli torinesi. La strada si faceva sempre più stretta, il buio più profondo. I fari della macchina illuminavano a tratti i campi, che si stendevano come una distesa infinita di oscurità. Non c’erano altri veicoli, solo il suo respiro e il rombo del motore che rompeva il silenzio. Si sentiva come un fantasma, un’anima errante che vagava in un mondo che non lo riconosceva più. La sua mente era piena di pensieri confusi, ma la sua pelle sentiva il freddo dell’aria che filtrava dalla finestra aperta, e questo gli dava una strana sensazione di essere vivo.

Durante il viaggio, incontrò poche auto, quasi tutte ferme in qualche angolo solitario della strada. In una piccola piazzola di sosta, una giovane coppia stava fumando in silenzio, mentre guardavano il panorama. Si scambiarono uno sguardo fugace, ma nessuno dei due fece il minimo cenno di parlare. Alfredo si fermò per un istante, ma poi ripartì senza aggiungere nulla. Non c'era bisogno di parole, pensò. Erano tutti lì, immersi nella stessa solitudine.

Il viaggio lo portò fuori città, su strade che conosceva bene da giovane, ma che ora gli apparivano sconosciute. I piccoli paesi, con le loro case illuminate da una debole luce gialla, sembravano ancor più lontani, più irreali. Alfredo sentiva il peso degli anni sulle spalle, ma anche la voglia di fuggire, di ritrovare un tempo che ormai non esisteva più. La notte lo avvolgeva, accogliendolo in un abbraccio che lo rendeva più piccolo, come se fosse un bambino smarrito. Ma non aveva paura, non più. Solo un profondo senso di malinconia che lo accompagnava, un senso di vuoto che non riusciva a colmare.

Alla fine, dopo aver vagato per quasi due ore, decise di tornare a casa. Non sapeva se fosse stato il desiderio di vedere il nuovo giorno che stava per nascere o se fosse semplicemente la stanchezza a spingerlo. Rientrò a Torino, dove la città, lentamente, cominciava a svegliarsi. I primi autobus comparivano sulla strada, i negozi aprivano le serrande, e la vita ricominciava a scorrere.

Arrivato a casa, Alfredo non andò subito a letto. Si sedette alla finestra e guardò fuori. La città, che prima gli sembrava morta, ora si animava di colori, di suoni, di persone. Il mondo continuava a girare, nonostante lui, nonostante la sua insonnia, nonostante il suo silenzio. Eppure, in quel momento, capì che forse non aveva bisogno di sonno. Forse ciò che davvero cercava era il senso di un'esistenza che andava oltre la fatica della notte, oltre le ombre della solitudine.

Si appoggiò alla finestra, con il volto rivolto verso la città che si risvegliava, e restò lì, ad ascoltare il suono delle strade che cominciavano a riempirsi di vita.





Guardo il mare e ho un blues nel cuore

Guardo il mare e ho un blues nel cuore


È inverno, e guardo il mare. L'aria è fredda, tagliente e cattiva, il vento sferza il viso e porta con sé il profumo del sale misto all'odore acre delle alghe bagnate.
La spiaggia è vuota, solitaria e malinconica, come una fotografia in bianco e nero sbiadita.Le onde si infrangono a riva con una lentezza monotona, come se anche loro fossero stanche.

Ho un blues nel cuore. Lo sento.

Lo sento vibrare tra una risata dimenticata e una promessa che non si è mai realizzata.
Non è un dolore rumoroso, ma un’eco sottile, un lamento che accompagna ogni respiro.

Ho le mani affondate nelle tasche del giaccone, strette a pugno, come se potessi trattenere qualcosa che scivola via comunque, inesorabilmente.
Eravamo venuti qui una volta, io e lei, in un’altra vita. Era estate allora, e il mare ci sembrava un posto eterno, infinito.

Ci eravamo seduti sulla sabbia ancora calda del sole, i piedi immersi nella risacca.
Parlavamo di tutto e di niente, come fanno quelli che non hanno paura del tempo.
Lei aveva preso una conchiglia e l’aveva accostata al mio orecchio. "Senti?" mi aveva detto. "Il mare ti parla."

Adesso, la conchiglia è sparita, come lei. Non so dove sia finita, né se si ricorda ancora di me. Ma io ricordo lei. Ricordo come teneva i capelli dietro l’orecchio, il modo in cui rideva senza motivo, il suo sguardo che sembrava sempre sapere qualcosa che io non capivo.

Era bella, dentro e fuori. Bella.

Guardo il mare, e provo a sentirlo parlare, come facevo allora. Ma oggi non c’è voce, solo il suono sordo delle onde che si trascinano languide sulla spiaggia.
Il blues dentro di me si fa più forte, una melodia malinconica fatta di rimpianti e silenzi.

Una coppia passa più in là, camminando vicina, le teste chine contro il vento. Li guardo e mi chiedo se sanno quanto fragile sia questo momento che stanno vivendo, quanto velocemente può spezzarsi e diventare un ricordo che brucia, che punge, che torna ogni volta che guardi il mare in inverno.

Mi alzo piano, il freddo mi penetra nelle ossa.
Il mare rimane lì, indifferente, eterno. Il blues nel cuore non se ne va, ma forse non deve. È tutto ciò che mi resta di lei, e lo porto con me, come un vecchio disco che non smetterò mai di ascoltare.