Stasera ho un blues nel cuore

Stasera ho un blues nel cuore


Giovanna si guardò allo specchio dell’ascensore mentre saliva al quinto piano, dove l’aspettavano le sue amiche di una vita. Più che amiche una sorellanza.
Quarant’anni, li portava bene, lo sapeva. I capelli castani ancora folti, qualche filo grigio ma chi se ne frega, gli occhi verdi che sembravano catturare la luce anche nei giorni più grigi, e quel sorriso che, quando voleva, sapeva essere magnetico. Ma stasera quel sorriso non c’era. Stasera sentiva un blues nel cuore, una malinconia sottile che si era insinuata tra le pieghe della sua giornata e non accennava ad andarsene.

L’ascensore si fermò con un lieve scossone, e Giovanna uscì, reggendo con una mano la borsa e con l’altra il vasetto di hummus che aveva preparato per l’aperitivo. La porta dell’appartamento di Laura era già socchiusa, e da dentro provenivano risate e il suono ovattato di un brano inglese. “Entra, entra!” la chiamò Laura, affacciandosi con un bicchiere di vino in mano. “Stavamo per iniziare senza di te.”
Giovanna sorrise, ma era un sorriso stanco, quello che si usa quando si vuole far credere che va tutto bene. Si sedette sul divano accanto a Sara, che le porse un bicchiere di prosecco. “Allora, come va?” le chiese Sara, con quel tono premuroso che Giovanna conosceva bene. Era il tono di chi sapeva che qualcosa non andava, ma non voleva essere invadente.
“Tutto bene,” rispose Giovanna, prendendo un sorso di vino. “Solo un po’ stanca, sai, il lavoro…”
Il lavoro. Quella parola le pesava addosso come un macigno. Lavorava in un ufficio grigio, davanti a uno schermo che sembrava succhiarle l’anima giorno dopo giorno. Non era quello che aveva sognato da giovane, quando immaginava una vita piena di passione, di viaggi, di amore. Invece si era ritrovata con un matrimonio fallito, una carriera che non la appagava, e una casa vuota che ogni sera le ricordava quanto fosse sola. Almeno non aveva figli che le rinfacciassero il suo fallimento.

Ma stasera non voleva pensarci. Stasera voleva distrarsi, ridere con le amiche, bere un po’ troppo e dimenticare. Perché, in fondo, c’era anche qualcosa di bello in quelle serate. C’era la complicità di Laura, che le passava un crostino con il formaggio dicendole: “Mangia, che sei troppo magra!”. C’era Sara, che raccontava delle sue avventure romantiche con un entusiasmo che la faceva sembrare una ventenne. E c’era Elena, che stava zitta in un angolo, ma ogni tanto lanciava una battuta che le faceva scoppiare tutte a ridere.
Giovanna si lasciò trasportare da quelle risate, da quei momenti leggeri che sembravano sospendere il tempo. Ma ogni tanto, quando il silenzio riempiva la stanza tra una canzone e l’altra, il blues tornava. Era lì, nel suo cuore, come una nota stonata in una melodia perfetta. Un ossimoro, pensò. Malinconia e felicità, mescolate insieme in un cocktail che non sapeva decifrare. Con un retrogusto amaro e bugiardo.
“Giovanna, sei con noi?” la chiamò Laura, scuotendola dolcemente. “Hai quella faccia da filosofa che non promette nulla di buono.”
Giovanna scosse la testa, come per scacciare i pensieri. “Scusate, stavo pensando a… a niente, davvero.”
“A niente un corno,” disse Sara, puntandole il dito contro. “So quando hai qualcosa per la testa. Dai, racconta.”
Giovanna esitò. Non voleva rovinare la serata con i suoi problemi, ma allo stesso tempo sentiva che quelle amiche erano l’unico posto dove poteva essere sincera. “È solo che… stasera ho un blues nel cuore,” ammise finalmente. “Non so perché. Forse è il lavoro, forse è la solitudine, o forse è solo che mi sento un po’ persa.”
Le amiche la guardarono in silenzio per un momento, poi Laura le posò una mano sulla spalla. “Lo sappiamo, Giovanna. Lo sappiamo. Ma stasera sei qui con noi, e non ti lasceremo andare via con quel blues nel cuore, ma con un sano rock!”
Giovanna sentì un nodo in gola, ma questa volta il sorriso che le apparve sul volto era vero. Perché in quel momento capì che, nonostante tutto, c’era ancora qualcosa per cui valesse la pena vivere. C’erano le amiche, le risate, i momenti condivisi. E forse, chissà, c’era ancora spazio per un nuovo inizio.

Il blues nel cuore non se ne andò del tutto, ma si fece più lieve, come una musica di sottofondo che accompagna senza disturbare. E mentre alzava il bicchiere per un brindisi, Giovanna pensò che forse, dopotutto, malinconia e felicità potevano convivere. Perché la vita era fatta anche di questo: di attimi in cui il cuore canta e piange allo stesso tempo, e in cui si trova la forza di andare avanti, un passo alla volta. E' stata una bella serata.










Una serata di jazz e relax

Una serata di jazz e relax


Fuori, la pioggia scende fitta e il vento urla contro le finestre. Il freddo invernale si insinua nelle crepe delle pareti, ma all'interno della mia casa regna un'atmosfera calda e accogliente. Il crepitio del fuoco nel caminetto riempie la stanza di un piacevole tepore e la luce soffusa delle candele crea un'atmosfera intima e rilassante.

Seduto sulla mia poltrona preferita, con un bicchiere di vino rosso in mano e il mio gatto acciambellato sulle ginocchia, ignaro del mondo esterno. La mia playlist di jazz preferita sta suonando dal mio impianto stereo.

Mi lascio avvolgere dalle note di Miles Davis. L'album "Kind of Blue" è in riproduzione adesso e ogni brano mi trasporta in un viaggio emotivo diverso.
"So What" apre le danze con un'atmosfera malinconica e riflessiva. Le note delicate della tromba di Davis mi accarezzano l'anima, evocando in me un senso di pace interiore e nostalgia. Chiudo gli occhi e mi abbandono completamente alla musica, lasciando che i miei pensieri fluttuino liberamente.
Con "Freestyle" l'atmosfera si anima e il ritmo si fa più incalzante. Le improvvisazioni di Davis e dei suoi compagni di band creano un vortice di energia che mi scuote e mi fa vibrare. Sento la gioia di vivere scorrere nelle mie vene e un sorriso spontaneo si disegna sulle mie labbra.
"Blue in Green" è un'oasi di tranquillità in mezzo alla tempesta. La melodia soave e la voce calda di John Coltrane mi trasportano in un luogo lontano, dove regnano solo pace e serenità. Il mio gatto si rilassa ancora di più sulle mie ginocchia e fa un leggero ronzio di apprezzamento.

La serata prosegue con brani di Bill Evans, Dalle casse del mio impianto stereo, le prime note di Bill Evans iniziarono a diffondersi nell’aria. "Waltz for Debby" riempì la stanza di una malinconia dolce e raffinata. Il tocco delicato di Evans sul pianoforte, la sua capacità di creare atmosfere rarefatte e intime, mi trasportarono in un mondo di ricordi e di emozioni delicate. Era come sfogliare un vecchio album di fotografie, ritrovando volti e momenti dimenticati. Una tristezza gentile, non dolorosa, ma intrisa di nostalgia.

Subito dopo, passai a Chet Baker. La sua voce fragile e malinconica, unita al suono sommesso della sua tromba, creò un’atmosfera di struggente romanticismo. Ascoltai "I Fall in Love Too Easily". La melodia, intrisa di una dolce amarezza, mi parlò di amori perduti e di sogni infranti. Era la colonna sonora perfetta per una serata piovosa, un invito alla riflessione e alla dolce malinconia. La sua musica evocava immagini di locali fumosi, luci soffuse e sguardi languidi.

Poi fu il turno di Sarah Vaughan. La sua voce potente e vellutata, la sua incredibile estensione vocale, riempirono la stanza di una sensualità raffinata. "Misty" mi avvolse come una calda coperta, trasportandomi in un’atmosfera sognante e suggestiva. La sua interpretazione era un trionfo di tecnica e di emozione, un’esplosione di pura bellezza vocale. La sua musica era come un abbraccio caldo, un conforto per l’anima.

Con Billie Holiday l’atmosfera cambiò radicalmente. La sua voce roca e vibrante, intrisa di dolore e di sofferenza, mi raccontò storie di vita vissuta, di amori difficili e di ingiustizie subite. Ascoltai "Gloomy Sunday". La melodia, cupa e struggente, mi toccò nel profondo, evocando sentimenti di tristezza e di angoscia. La sua musica era un grido di dolore, un’espressione autentica e commovente delle difficoltà della vita. Era come ascoltare la confessione di un’anima ferita.

Infine, arrivò il momento di Ella Fitzgerald. La sua voce cristallina e la sua incredibile capacità di improvvisare, il suo scatting virtuoso, portarono una ventata di allegria e di energia nella stanza. Ascoltai "Blue Skies". La melodia, allegra e spensierata, mi contagiò con la sua positività. Era come una boccata d’aria fresca, un invito alla gioia e alla leggerezza. La sua musica era un’esplosione di vitalità, un inno alla gioia di vivere.

Miles Davis, Bill Evans, Chet Baker, Sarah Vaughan, Billie Holiday e Ella Fitzgerald. Ogni artista mi regala un'esperienza unica e indimenticabile. La voce sensuale di Billie Holiday mi commuove fino alle lacrime, mentre la virtuosità tecnica di Ella Fitzgerald mi lascia senza fiato.

Fuori, la pioggia continua a cadere, ma io non ci faccio caso. Sono completamente immerso nel mio mondo di musica e relax. Ogni nota, ogni accordo, ogni ritmo mi regala un'emozione diversa, mi fa sentire vivo e felice.

Questa è la mia serata perfetta. Un momento dedicato solo a me stesso, al mio amore per la musica e al piacere di stare in compagnia del mio gatto. Un rifugio sicuro dal caos del mondo esterno, un'oasi di pace dove posso ritrovare me stesso e ricaricare le batterie.

Mentre l'ultimo brano si conclude, mi apro gli occhi lentamente e sorrido. Sono grato per questa serata meravigliosa e per la musica che ha reso tutto così speciale. Mi alzo dalla poltrona, accarezzo il mio gatto e mi dirigo verso la finestra. Guardo fuori e vedo che la pioggia è finalmente cessata. La luna illumina il cielo stellato e un senso di calma mi pervade. È ora di andare a dormire, ma porterò con me il ricordo di questa serata magica per sempre.











La passeggiata (seconda versione)

La passeggiata
(seconda versione)


Il sole splendeva alto nel cielo, ma il suo calore sembrava svanire prima ancora di raggiungere la terra. Era una giornata di inverno, fredda e luminosa, e il mare, agitato e impetuoso, si estendeva davanti a lui come una creatura viva, respirava con un ritmo potente e primordiale. Le onde si alzavano e si abbattevano sulla riva con una forza che sembrava voler strappare via tutto ciò che incontravano. Il vento portava con sé il sapore della salsedine, pungente e intenso, e i gabbiani volavano bassi, quasi sfiorando le creste delle onde, emettendo gridi acuti che si perdevano nel fragore del mare.

Lui camminava lentamente, i passi affondavano nella sabbia bagnata, lasciando impronte che il mare avrebbe presto cancellato. Indossava un cappotto pesante, ma il freddo sembrava penetrargli fino alle ossa. Non importava. Quel freddo, quel vento, quel mare in tempesta erano parte di lui, in quel momento. Facevano parte della sua solitudine, della sua quiete, del suo silenzio interiore.Era un uomo solitario, abituato a stare con se stesso. Ma quella solitudine, oggi, sembrava più pesante del solito. I suoi pensieri erano come le onde: incessanti, tumultuosi, pieni di domande senza risposta. Si chiedeva perché si sentisse così distante da tutto e da tutti, perché il mondo gli sembrasse così vasto eppure così vuoto. Forse era sempre stato così, o forse era qualcosa che era cresciuto dentro di lui, lentamente, come una pianta selvatica che non riusciva a estirpare.

Mentre camminava, i gabbiani gli volavano vicino, quasi a ricordargli che non era completamente solo. Erano creature libere, senza pensieri, senza rimpianti. Li osservò per un momento, invidiandoli per la loro leggerezza. Poi il suo sguardo si spostò più in là, verso la linea dell’orizzonte, dove il mare e il cielo si confondevano in un azzurro pallido. E lì, in lontananza, vide una coppia anziana. Camminavano lentamente sul bagnasciuga, mano nella mano, come se il tempo non avesse alcun potere su di loro. Erano un’immagine di serenità, di amore che aveva resistito agli anni, alle tempeste, alla vita.

Quella vista gli fece venire un nodo alla gola. Ricordò. Ricordò volti, voci, momenti che credeva di aver dimenticato. Ricordò una donna, un tempo, che aveva camminato con lui su una spiaggia simile, in un giorno molto diverso. Ricordò le risate, le promesse, i sogni che sembravano così reali, così vicini. E poi ricordò il silenzio che era arrivato dopo, il vuoto che aveva riempito tutto. Forse era stato colpa sua, si disse. Forse aveva spinto tutti via, senza volerlo, senza nemmeno accorgersene. Era diventato un estraneo a se stesso, un uomo che camminava lungo una spiaggia deserta, in un giorno d’inverno, con il cuore pesante come una pietra.

Ma il mare, in quel momento, sembrava parlargli. Le onde, con il loro ritmo costante, gli sussurravano qualcosa di antico, di eterno. Era un suono che conosceva da sempre, che lo aveva cullato fin dall’infanzia. E in quel fragore, in quel respiro potente, trovò una strana pace. La solitudine non era più un peso, ma uno spazio. Uno spazio in cui poteva respirare, in cui poteva esistere senza doversi giustificare, senza doversi nascondere.

Si fermò per un momento, chiuse gli occhi e respirò profondamente. Il vento gli sferzava il viso, portando con sé gocce di acqua salata che si confondevano con le lacrime che non aveva mai permesso a se stesso di versare. Ma oggi, in qualche modo, quelle lacrime erano diverse. Non erano di dolore, ma di liberazione. Il mare le portava via, una dopo l’altra, lasciandolo più leggero, più sereno.

Quando riaprì gli occhi, i gabbiani erano ancora lì, volavano sospesi nel vento in cerchio sopra di lui, come se lo stessero proteggendo. La coppia anziana era ormai lontana, solo due piccole figure che si muovevano lentamente lungo la riva. E il mare, il mare continuava a respirare, potente e indifferente, come aveva fatto per milioni di anni.

Si sentì stranamente in pace. Forse non aveva tutte le risposte, forse non le avrebbe mai avute. Ma in quel momento, non importava. La vita era lì, intorno a lui, dentro di lui. E lui era parte di essa, parte di quel mare, di quel vento, di quel cielo infinito.

Con un ultimo sguardo all’orizzonte, si voltò e iniziò a camminare verso il paese. I suoi passi erano più leggeri adesso, il cuore meno pesante. La spiaggia era ancora deserta, il vento ancora freddo, il mare ancora in tempesta. Ma lui non era più lo stesso uomo che era arrivato lì. Aveva lasciato qualcosa sulla spiaggia, qualcosa che non gli serviva più. E forse, aveva trovato qualcos’altro. Qualcosa di piccolo, ma prezioso.

Il paese lo attendeva, con le sue luci, i suoi rumori, la sua frenesia. Ma lui non aveva fretta. Camminò lentamente, portando con sé il sapore del mare, il suono delle onde, la sensazione di quella pace improvvisa. E quando finalmente raggiunse le strade affollate, si sentì stranamente a casa. Perché sapeva che, ovunque fosse andato, il mare sarebbe sempre stato lì, ad aspettarlo.







Marco e Paola

Marco e Paola


Inverno. Era una di quelle notti in cui il freddo sembrava voler penetrare fino alle ossa. Notte nebbiosa. Il vento tagliente sferzava le strade deserte del quartiere, spazzando via le ultime foglie secche che danzavano come fantasmi nell’aria gelida. Le luci dei lampioni proiettavano ombre lunghe e sfocate, creando un’atmosfera quasi surreale. In quel silenzio rotto solo dal rumore lontano di un motorino, Marco, il metronotte, avanzava con passo lento portando la bicicletta a mano, il fiato che si condensava in piccole nuvole bianche davanti al viso.

Marco era un uomo sulla cinquantina, con un volto segnato dalle lunghe ore di lavoro notturno e dagli anni passati a osservare la città dormire. Portava con sé un’aria di rassegnazione, ma anche una certa ironia, come se avesse imparato a ridere delle cose, anche quando non c’era molto da ridere. Quel pomeriggio aveva ricevuto la notizia che il suo turno sarebbe stato ridotto: meno ore, meno soldi. E la fame, quella vera, quella che ti stringe lo stomaco, cominciava a farsi sentire. Lavoro di merda... ma doveva pur campare e con una fedina penale non candida, per discutibili scelte fatte in gioventù, e alla sua età trovare un altro lavoro era quasi impossibile.

Proprio mentre pensava a come avrebbe fatto arrivare la fine del mese, vide una figura familiare appoggiata al lampione che illuminava un triste marciapiede di fronte ad un vecchio palazzo. Era Paola, una prostituta non più giovane ma nonostante tutto ancora piacente, con un viso che raccontava storie di vita vissuta e occhi che avevano visto di tutto. Indossava un cappotto logoro, stretto intorno al corpo per proteggersi dal freddo, e le scarpe con i tacchi alti sembravano quasi una beffa in quella notte desolata.

“Ciao, Marco,” lo salutò lei, con un sorriso stanco ma sincero. “Anche tu in giro a quest’ora?”

“Eh, Paola, sai com’è. Il lavoro chiama,” rispose lui, avvicinandosi. “E tu? Non è un po’ tardi per essere ancora qui?”

Paola sospirò, guardando il cielo nero. “Sì, lo so. Ma oggi è stata una di quelle giornate… niente da fare, non si batte chiodo. Anzi direi che con ‘sta nebbia non si vede un cazzo… Ho solo voglia di tornare a casa, accoccolarmi con la mia gatta e dormire. Ma il freddo mi ha bloccata qui.”

Marco sorrise alla battuta ed annuì, comprensivo. “Anch’io non vedo l’ora di finire. E poi ho una fame che non ti dico. Ho anche saltato il pranzo oggi che ho dormito fino a tardi”

Paola lo guardò con uno sguardo che mescolava compassione e complicità. “Hai mangiato?”

“Beh, non proprio. Sai, con i turni ridotti…”

Paola esitò un attimo, poi fece un cenno con la testa. “Vieni su a casa mia. Ci facciamo uno spaghetto alla disperata e un po’ di vino rosso. Niente di che, ma almeno ti scaldi un po’.”

Marco la guardò sorpreso. “Paola, non voglio disturbare…”

“Ma che disturbi! Dai, siamo vecchi amici. E poi, lo sai, niente sesso. Solo un piattone di pasta e due chiacchiere. Qui fa troppo freddo e poi non si ferma nessuno, anche se sono un po’ “agee” la mia porca, appunto porca, figura la faccio ancora. Ma siamo a fine mese e soldi per il divertimento ce n’è pochi…. ”

Marco sorrise, un po’ imbarazzato, ma anche grato. “Allora, accetto. Grazie.”

I due si incamminarono insieme, le loro ombre che si allungavano sul marciapiede. Paola abitava in un piccolo appartamento al secondo piano di un palazzo fatiscente li vicino. L’ascensore non funzionava, come al solito, e salirono le scale lentamente, scambiandosi battute su quanto fosse assurda la vita.

Una volta dentro, l’atmosfera era accogliente, nonostante l’arredamento modesto e l’appartamento piccolo. Una lampada diffondeva una luce calda, e sul divano dormiva una gatta grigia, che aprì un occhio per osservare i nuovi arrivati prima di riaddormentarsi dopo aver salutato con un roco miao.

Paola accese un piccolo apparecchio stereo e la casa fu inondata da un piacevole jazz di sottofondo.

“Metto su l’acqua e preparo un sugo alla veloce ma sentirai che buono, ho il dna terrone e con il poco che ho in casa ti sorprenderò!” disse Paola, dirigendosi verso la piccola cucina. Marco si abbandonò sul divano, accarezzando distrattamente la gatta, che iniziò a fare le fusa. Cominciava a sentirsi bene. L’accoglienza, la piccola casetta, il calore, la gatta che gli si era accoccolata sulle ginocchia, il rumore di Paola che spentolava in cucina ed il profumo del sugo stavano dissipando la nebbia che Marco aveva nell’anima. Per un momento il suo pensiero si soffermò sull’idea di avere una compagna ed una casetta così; ma l’idea svanì in fretta, sapeva che era impossibile. Ma l’importante era godersi al massimo questo regalo.

“Che vita, eh?” disse Paola come se gli avesse letto nel pensiero, mentre mescolava la pasta in padella. “Due soli come pesci in un acquario vuoto.”

Marco rise. “Beh, almeno abbiamo la compagnia delle nostre ombre.”

Paola gli lanciò un’occhiata divertita. “Sei sempre il solito filosofo.”

Quando la pasta fu pronta, si sedettero a tavola, mangiando e discorrendo di banalità, godendosi il calore del cibo e del vino. Parlarono di tutto e di niente: del lavoro che scarseggiava, delle notti fredde, dei sogni che sembravano sempre più lontani. Del vuoto che li riempiva.

“A volte mi chiedo cosa sarebbe successo se avessi fatto scelte diverse,” disse Paola, guardando il bicchiere di vino. “Se avessi studiato, trovato un lavoro normale…”

“Anch’io,” ammise Marco. “Ma sai, la vita è fatta così. Prendi quello che ti viene dato e cerchi di andare avanti.”

Paola sorrise. “Sei un tipo strano, Marco. Ma mi piaci.”

“Anche tu mi piaci Paola, molto” gli sguardi che si incrociarono sapevano di sentimenti ormai nascosti e che mai sarebbero stati riscoperti.

Dopo aver finito di mangiare, Marco si alzò, sentendosi un po’ più leggero, non solo per lo stomaco pieno, ma anche per la compagnia. “Grazie, Paola. Mi hai salvato la serata.”

Lei lo accompagnò alla porta, sorridendo. “Figurati. Sai dove trovarmi, se hai di nuovo fame. Scusa se non chiedo di fermarti ancora un po’ ma sono distrutta, non ho più vent’anni, e sto crollando dal sonno”

Prima di uscire, Marco le diede una carezza sulla guancia, un gesto semplice ma carico di affetto e di un amore sottile. “Stai attenta, eh?”

Paola annuì con un debole sorriso, chiudendo la porta dietro di lui. Rimase lì per un momento, ascoltando i suoi passi che si allontanavano nelle scale. Poi tornò in salotto, si sedette accanto alla gatta e chiuse gli occhi, lasciandosi cullare dal calore della casa.

Fuori, Marco riprese il suo giro, il freddo che sembrava meno pungente ora. Si rimboccò il cappotto sopra la divisa e si incamminò portando la bicicletta a mano fischiettando un motivetto jazz che lo aveva fatto sognare a casa di Paola. La vita continuava, con le sue stranezze e le sue piccole luci nel buio. E forse, pensò, non era così male, dopo tutto.






Cerchi nell'acqua

Cerchi nell'acqua


La mia vita come un alito di vento, arrivo in mezzo alla quiete, agito l’erba e i fiori, passo in mezzo alle foglie, increspo l’acqua, e me ne vado, senza lasciar traccia.

Sono un solitario, mi piace stare da solo. A casa ho tolto gli specchi.

Nella mia vita ho fatto un sacco di cazzate per non renderla una inutile cazzata.

Ho tirato un mattone quadrato in mezzo allo stagno, ma ha fatto dei cerchi nell’acqua, non dei quadrati. 

Stamattina mi sono svegliato bene, col cazzo bello duro, per un po’ ci ho creduto, ma era solo rigor mortis. O forse idrominchia... Ogni tanto fa bene illudersi.

Quando ascolto della bella musica mi commuovo e piango, mai stato così bene. Leggero.

Parlo molto poco, preferisco stare in silenzio, sarà che da ragazzino balbettavo fino all’afasia; crescendo non più, mi sono curato da solo, ma certe cicatrici rimangono.









Per un'ora soltanto

Per un'ora soltanto


ciuiiii, ciuiiii ciuiii, ciuiiiiiiii….

Eccola, la poiana che volteggia sopra di me, magnifica.

In questo tepore primaverile sbracato al sole sul lettino in giardino guardo il cielo terso e sereno.

Non ho voglia di pensare a niente, che la vita è già pesante.

Guardo la poiana che senza battere le ali galleggia lentamente nell’aria sfruttando una corrente ascensionale.

Veleggia in larghi cerchi, sale, scende… ciuiiiii ciuiiii

Chissà se sta cercando una preda o se è solo felice di librarsi immobile nell’aria?

Chiudo gli occhi,  scambiamoci i ruoli per un ora, per un'ora soltanto.


ciuiiii, ciuiiii ciuiii, ciuiiiiiiii….








Dune

Dune


Deserto, dune come onde,

i tuoi ricci neri nel vento,

un inesorabile tramonto.

L'anima leggera.

E' questa la bellezza?

E' un sogno o realtà?

.........................................


DRIIIIIINNNNN....  o cazzo.... 









Kind Of Blue

Kind Of Blue


Immagina di essere avvolto in un caldo abbraccio di tranquillità. Sei lì, sulla tua poltrona preferita, con il tuo fidato compagno felino raggomitolato sulle tue ginocchia. La luce soffusa del caminetto accanto a te si riflette sul bicchiere di brandy che tieni delicatamente in mano. Puoi percepire la danza delle fiamme, il calore che si diffonde nella stanza, l'aroma del legno che brucia mescolato con la dolce fragranza del brandy. Tutto è in equilibrio, e tu, sei al centro di questo universo intimo.

La puntina del giradischi sulla prima traccia di "Kind of Blue", e le note di "So What" fluiscono nella stanza come un fiume tranquillo. La tromba di Miles Davis è una voce che sussurra, che parla, che racconta una storia. È un richiamo alla serenità, un inno alla pacificità. Le note si insinuano tra le fibre del tuo essere, destando le emozioni più profonde, risvegliando ricordi, sogni e speranze.

Chiudi gli occhi, lasciandoti trasportare dal fluire della musica. È come un viaggio attraverso un paesaggio onirico e mutevole. Puoi quasi vedere le note che si trasformano in colori, disegnando scenari surreali e vibranti. Vedi montagne azzurre, valli di velluto, fiumi d'argento, cieli viola. Ogni accordo, ogni nota, è una pennellata su quel quadro immaginario.

Il gattone, intanto, si acciambella ancora di più sulle tue ginocchia, quasi a rispondere al ritmo sussurrato dalla musica. Puoi percepire il calore del suo corpo, il suo respiro ritmico, il morbido pelo sotto le tue dita. È una connessione silenziosa, un legame che va oltre le parole, una comunione di spiriti.

"Freddie Freeloader" arriva poi, portando con sé un senso di gioia rilassata. Puoi quasi immaginare di vedere Miles Davis e la sua band, intenti a suonare nel loro studio, completamente immersi nel flusso della musica. C'è un senso di comunità, un sentimento di appartenenza che pervade l'atmosfera. Tu, il tuo gatto, la musica, siete tutti parte dello stesso intreccio di energia e vita.

Il calore del brandy che sorseggi lentamente amplifica la tua esperienza sensoriale. È come un fuoco liquido che riscalda il tuo interno, risvegliando i tuoi sensi, intensificando la tua percezione della musica. Ogni goccia che bevi sembra far risuonare le note di Davis ancora più profondamente dentro di te.

Alla fine, quando le ultime note di "Flamenco Sketches" si dissolvono nel silenzio, ti ritrovi a fluttuare in un mare di calma, avvolto in un cocoon di serenità. Ti senti rinnovato, rigenerato, riportato alla vita dalla magia della musica di Miles Davis. Resti lì, con il tuo gatto sonnecchiante sulle ginocchia, il brandy che luccica alla luce del caminetto, la mente che viaggia liberamente, in pace con te stesso e con il mondo.

Questa, è l'emozione che ti dà ascoltare "Kind of Blue" di Miles Davis. È più di un semplice ascolto; è un'esperienza, un viaggio, un ricordo da custodire.






Il Respiro della Musica

Il respiro della musica


Fin da bambino, la musica è stata per me più di un semplice accompagnamento delle mie giornate. Era l'essenza che dava vita all'aria che respiravo, come una melodia invisibile che aleggiava nel mondo, pronta a farsi sentire nei momenti più inaspettati. La musica era il linguaggio che capivo meglio di ogni altra cosa. Parlava direttamente al mio cuore, senza bisogno di parole. Eppure, pur essendo così presente nella mia vita, è stato solo con il passare degli anni che ho compreso appieno la forza che questa esercita su di me, come un legame profondo che va al di là della razionalità, che tocca qualcosa di più primitivo, più vero.

Quando ero piccolo, ricordo che la casa di mia nonna era il mio rifugio più sicuro. Era una casa che sapeva di legno e di vecchie memorie, e ogni angolo era impregnato di storie che sembravano uscite da un libro mai scritto. Ma la parte che mi affascinava di più era il vecchio grammofono che mio nonno aveva sistemato accanto alla finestra. Ogni volta che la sua puntina si posava su un disco, qualcosa cambiava nell’aria. Il fruscio iniziale, come una promessa di un viaggio che stava per iniziare, mi faceva fermare ogni attività, ogni pensiero. Non appena le note cominciavano a fluire, il mondo si trasformava. Le melodie si intrecciavano con le ombre, le immagini diventavano più nitide, più potenti, e ogni movimento sembrava danzare in sincronia con la musica che mi circondava.

Quando la mia nonna cantava, non c'era bisogno di comprenderne ogni parola, perché il suo canto aveva una forza che penetrava direttamente nell'anima. La sua voce era calda e avvolgente, una carezza invisibile che mi faceva sentire al sicuro, come se fosse capace di proteggermi da ogni paura. La musica, in quella casa, era qualcosa di sacro, una forza primordiale che mi faceva sentire parte di qualcosa di più grande. Non era solo intrattenimento, ma un veicolo di emozioni pure, di stati d'animo che, senza di essa, non avrei mai saputo esprimere.
La musica era capace di far emergere emozioni che non sapevo nemmeno di possedere. Un giorno, ricordo, avevo solo sette anni e mi trovavo davanti a un pianoforte. Le dita, ancora goffe, toccavano i tasti senza riuscire a produrre una melodia vera e propria. Ma in quel momento, quel semplice tocco mi sembrava il linguaggio più potente del mondo. Sentivo il legno che risuonava sotto le mie dita, come se ogni nota fosse una parte di me che finalmente veniva a galla, liberata dalle profondità di un cuore che, forse, ancora non sapeva come raccontarsi. La musica mi ha insegnato a riconoscere quei momenti di pura bellezza che non si trovano in nessun altro posto, quei momenti in cui il cuore e la mente sembrano fondersi in un’unica cosa, come una sinfonia perfetta.

Crescendo, ho imparato che la musica non era solo una questione di suoni e ritmi. Era la colonna sonora dei miei sogni, delle mie speranze e dei miei timori. Ogni canzone che ascoltavo sembrava riflettere un pezzo di me, un aspetto della mia personalità che non riuscivo a esprimere altrimenti. Quando avevo il cuore pieno di gioia, c’era sempre una canzone che sembrava rispecchiare quel momento di felicità. E quando il dolore si faceva strada nella mia vita, c’era una melodia triste che mi faceva sentire meno solo, come se qualcuno, da un'altra parte del mondo, avesse provato lo stesso dolore. La musica aveva il potere di rendere il mio cuore più grande, di abbracciare la mia solitudine, ma anche di festeggiare la mia vita, come se ogni battito del mio cuore fosse una nota che si inseriva in un'armonia universale.

Non sono mai stato bravo a descrivere a parole le emozioni che la musica mi procura, ma so che sono qualcosa di tangibile. Non si tratta solo di una sensazione, ma di una connessione profonda, radicata nelle fibre stesse del mio essere. Ogni volta che ascolto una composizione, che sia una sinfonia classica, un pezzo jazz o una canzone pop, mi sembra di toccare una parte di me che non conoscevo. La musica è il mio rifugio, il mio modo di esplorare il mondo interiore e di trovare equilibrio in un mondo che, a volte, sembra troppo caotico.

La mia passione per la musica è, in un certo senso, anche una ricerca. Ogni volta che scopro una nuova canzone, un nuovo artista, o una melodia che non avevo mai sentito prima, è come se aprissi una nuova porta verso un altro universo. Ogni nota che ascolto è come un frammento di una storia che si intreccia con la mia, un’onda che mi porta lontano ma che, allo stesso tempo, mi fa sentire più vicino a tutto ciò che è veramente importante. La musica è un viaggio che non finisce mai, e io la seguo, come una stella che brilla nel cielo, sempre presente eppure sempre nuova.

Adorare la musica non significa solo essere spettatori di qualcosa di bello. Significa essere partecipi di una dimensione emotiva che è più grande di noi. È un atto di ascolto che va oltre il semplice sentire, un’esperienza che ci cambia dall'interno, un’emozione che ci fa sentire vivi. E questa è la ragione per cui, fin da bambino, la musica è stata il mio porto sicuro e la mia fonte di libertà. Perché, attraverso di essa, ho scoperto che la vita può essere tanto più profonda e straordinaria di quanto le parole possano mai descrivere.





La notte che non finisce mai

La notte che non finisce mai


Era una di quelle notti in cui il sonno sembra diventare un lusso inaccessibile. Il vecchio Alfredo si rigirava nel suo letto da ore, avvolto nel silenzio di un sonno che non riusciva mai a venire.

La stanza, immersa nell'oscurità, sembrava riflettere il suo malessere. Le pareti spoglie, il letto vuoto accanto a lui, come un testimone della sua solitudine. Il ticchettio dell'orologio, che normalmente lo avrebbe fatto sentire a suo agio, ora gli suonava come un richiamo angoscioso alla realtà: il tempo che non passa, le ore che si stendono come un fiume senza fine.

Quando il sonno non arriva, non c’è altro da fare se non alzarsi, pensò. Si vestì lentamente, con una certa difficoltà, come se ogni movimento richiedesse uno sforzo che non riusciva più a sostenere.
La casa, che una volta aveva ospitato una famiglia numerosa, ora gli sembrava stranamente vuota. Il rumore dei suoi passi sulle piastrelle lucide, che riflettevano la poca luce che filtrava dalle persiane, gli dava la sensazione di camminare in un luogo che non gli apparteneva più.

La nostalgia lo assaliva, ma era un'emozione che non trovava più spazio nel suo cuore. Non riusciva più a piangere, nemmeno quando ne sentiva il bisogno.
Decise che doveva uscire, andare fuori, allontanarsi dal suo letto vuoto e dalla casa che ormai sembrava una prigione. Si avvicinò alla finestra, guardando la città che, come lui, sembrava dormire. Torino, avvolta nella nebbia leggera che la rendeva più misteriosa, più lontana. La città che aveva conosciuto da giovane, le strade piene di vita, i negozi aperti fino a tardi, i caffè pieni di conversazioni e risate. Ora, a quest'ora della notte, sembrava una città senza cuore.

Prese le chiavi della macchina e si diresse verso il garage. Il motore si accese con il consueto rumore metallico, mentre la luce dei fari illuminava brevemente il vuoto intorno a lui. Alfredo sentiva il peso della solitudine, ma anche una strana sensazione di libertà. La notte era sua, come se il mondo avesse smesso di girare, offrendo solo a lui il privilegio di attraversarlo.

Con le mani strette sul volante, cominciò a guidare senza una meta precisa, lasciando che la macchina lo portasse dove voleva. Le luci dei semafori e le strade deserte sembravano appartenere a un’altra era. Il centro di Torino, solitamente pieno di persone e di traffico, ora era desolato. Le vetrine dei negozi chiuse, i palazzi silenziosi, eppure Alfredo sentiva che in qualche modo tutto questo faceva parte di lui. Era come se la città avesse preso la sua stessa forma, fatta di vuoto e di attese infinite.

Mentre guidava, il pensiero che lo tormentava era uno solo: dove andare? Uscire dalla città. Perdersi. La campagna lo chiamava, anche se non riusciva a immaginare quale fosse il motivo di quel desiderio. Le strade di campagna gli sembravano più vere in quel momento, lontane dalle luci artificiali della città, lontane dal caos che gli aveva fatto compagnia per troppo tempo. La solitudine, per quanto dolorosa, gli sembrava più accettabile nella sua forma più autentica, quella che la natura offriva.

Si allontanò dalle luci della città, dirigendosi verso i colli torinesi. La strada si faceva sempre più stretta, il buio più profondo. I fari della macchina illuminavano a tratti i campi, che si stendevano come una distesa infinita di oscurità. Non c’erano altri veicoli, solo il suo respiro e il rombo del motore che rompeva il silenzio. Si sentiva come un fantasma, un’anima errante che vagava in un mondo che non lo riconosceva più. La sua mente era piena di pensieri confusi, ma la sua pelle sentiva il freddo dell’aria che filtrava dalla finestra aperta, e questo gli dava una strana sensazione di essere vivo.

Durante il viaggio, incontrò poche auto, quasi tutte ferme in qualche angolo solitario della strada. In una piccola piazzola di sosta, una giovane coppia stava fumando in silenzio, mentre guardavano il panorama. Si scambiarono uno sguardo fugace, ma nessuno dei due fece il minimo cenno di parlare. Alfredo si fermò per un istante, ma poi ripartì senza aggiungere nulla. Non c'era bisogno di parole, pensò. Erano tutti lì, immersi nella stessa solitudine.

Il viaggio lo portò fuori città, su strade che conosceva bene da giovane, ma che ora gli apparivano sconosciute. I piccoli paesi, con le loro case illuminate da una debole luce gialla, sembravano ancor più lontani, più irreali. Alfredo sentiva il peso degli anni sulle spalle, ma anche la voglia di fuggire, di ritrovare un tempo che ormai non esisteva più. La notte lo avvolgeva, accogliendolo in un abbraccio che lo rendeva più piccolo, come se fosse un bambino smarrito. Ma non aveva paura, non più. Solo un profondo senso di malinconia che lo accompagnava, un senso di vuoto che non riusciva a colmare.

Alla fine, dopo aver vagato per quasi due ore, decise di tornare a casa. Non sapeva se fosse stato il desiderio di vedere il nuovo giorno che stava per nascere o se fosse semplicemente la stanchezza a spingerlo. Rientrò a Torino, dove la città, lentamente, cominciava a svegliarsi. I primi autobus comparivano sulla strada, i negozi aprivano le serrande, e la vita ricominciava a scorrere.

Arrivato a casa, Alfredo non andò subito a letto. Si sedette alla finestra e guardò fuori. La città, che prima gli sembrava morta, ora si animava di colori, di suoni, di persone. Il mondo continuava a girare, nonostante lui, nonostante la sua insonnia, nonostante il suo silenzio. Eppure, in quel momento, capì che forse non aveva bisogno di sonno. Forse ciò che davvero cercava era il senso di un'esistenza che andava oltre la fatica della notte, oltre le ombre della solitudine.

Si appoggiò alla finestra, con il volto rivolto verso la città che si risvegliava, e restò lì, ad ascoltare il suono delle strade che cominciavano a riempirsi di vita.





Guardo il mare e ho un blues nel cuore

Guardo il mare e ho un blues nel cuore


È inverno, e guardo il mare. L'aria è fredda, tagliente e cattiva, il vento sferza il viso e porta con sé il profumo del sale misto all'odore acre delle alghe bagnate.
La spiaggia è vuota, solitaria e malinconica, come una fotografia in bianco e nero sbiadita.Le onde si infrangono a riva con una lentezza monotona, come se anche loro fossero stanche.

Ho un blues nel cuore. Lo sento.

Lo sento vibrare tra una risata dimenticata e una promessa che non si è mai realizzata.
Non è un dolore rumoroso, ma un’eco sottile, un lamento che accompagna ogni respiro.

Ho le mani affondate nelle tasche del giaccone, strette a pugno, come se potessi trattenere qualcosa che scivola via comunque, inesorabilmente.
Eravamo venuti qui una volta, io e lei, in un’altra vita. Era estate allora, e il mare ci sembrava un posto eterno, infinito.

Ci eravamo seduti sulla sabbia ancora calda del sole, i piedi immersi nella risacca.
Parlavamo di tutto e di niente, come fanno quelli che non hanno paura del tempo.
Lei aveva preso una conchiglia e l’aveva accostata al mio orecchio. "Senti?" mi aveva detto. "Il mare ti parla."

Adesso, la conchiglia è sparita, come lei. Non so dove sia finita, né se si ricorda ancora di me. Ma io ricordo lei. Ricordo come teneva i capelli dietro l’orecchio, il modo in cui rideva senza motivo, il suo sguardo che sembrava sempre sapere qualcosa che io non capivo.

Era bella, dentro e fuori. Bella.

Guardo il mare, e provo a sentirlo parlare, come facevo allora. Ma oggi non c’è voce, solo il suono sordo delle onde che si trascinano languide sulla spiaggia.
Il blues dentro di me si fa più forte, una melodia malinconica fatta di rimpianti e silenzi.

Una coppia passa più in là, camminando vicina, le teste chine contro il vento. Li guardo e mi chiedo se sanno quanto fragile sia questo momento che stanno vivendo, quanto velocemente può spezzarsi e diventare un ricordo che brucia, che punge, che torna ogni volta che guardi il mare in inverno.

Mi alzo piano, il freddo mi penetra nelle ossa.
Il mare rimane lì, indifferente, eterno. Il blues nel cuore non se ne va, ma forse non deve. È tutto ciò che mi resta di lei, e lo porto con me, come un vecchio disco che non smetterò mai di ascoltare.







Gustav

Gustav


 Anno 2427. Stazione mineraria spaziale internazionale Pangea in orbita geostazionaria.

Qui vengono trattati i minerali estratti dalle rocce recuperate dagli asteroidi del sistema solare. Con il procedimento Blankov-Bartoli sfruttando il vuoto e l’assenza di gravità e altri trucchi da scienziati, si ricavano metalli e sostanze purissime che vengono poi portate sulla Terra per la lavorazione finale.


E’ mattina, per quanto possa essere considerato mattino in una stazione spaziale. In lontananza rumori, tonfi, scricchiolli. Alcuni membri dell’equipaggio sono seduti nell’area mensa per la colazione.

“Vieni Jesus, siediti accanto a me. Ho preparato il caffè e le brioches calde”

“Madonna che sonno… ciao Tania, ciao Liam, Mark, ciao Capuozzo. Spostati un po’, grazie. Che profumino…”

 “Mark hai visto se quelli del turno notturno hanno terminato le procedure?”

“Si Liam, ho controllato prima di venire qui, tutto a posto, il minerale nuovo è arrivato al dock 17. Qualcuno mi passa lo zucchero?”

“Eccolo. Capuozzo, hai controllato che l’ultimo carico di astro minerale sia in fase di lavorazione? Abbiamo tempi stretti e il cargo-shuttle verrà a caricare i metalli fra due giorni”

“No Liam, ieri ero di turno al convogliatore. Se ne stava occupando quel fetuso di Gustav, è lui il capo tecnico no?”

“Dato che qui non c’è qualcuno mi sa dire dove è finito? qualcuno l’ha visto?”

Nessuna risposta dai presenti.

“Cazzo, in questo ammasso di ferraglia nessuno sa mai niente! adesso lo vado a cercare e se lo trovo giuro che lo infilo nel trituratore. Sta oltrepassando i limiti della mia pazienza!”


Liam furibondo abbandona la colazione e si incammina nei corridoi della base cercando Gustav.


….ma dove si è infilato quel vecchio bestione del cazzo, sempre rogne con lui, che carattere di merda, norvegese dei miei coglioni. I vichinghi, si… ma vaffanculo! Passa il tempo a litigare con tutti, sempre incazzato come un toro. Non capisco perché lo abbiano mandato quassù, sarà anche un bravo tecnico con anni di esperienza ma, cazzo, sembra sempre una bomba a mano innescata. Se non fosse così grosso e brutto lo prenderei a cazzotti. La settimana scorsa se non gli toglievano da sotto le mani Willy lo avrebbe fatto a pezzi, solo perchè quel coglione gli aveva fatto una battuta sbagliata nel momento sbagliato riguardo al suo aspetto. E in quattro abbiamo fatto fatica a tirarlo via, sembrava posseduto dal demonio. E Willy ora è in infermeria mezzo morto. Vaffanculo, già siamo a corto di personale.  Appena rientriamo sulla Terra gli faranno un bel procedimento disciplinare. E non si trova, ma dove cazzo è finito, bastardo norvegese, ho guardato dappertutto, mi rimane solo la cupola….


La cupola è all’estremità della base, più che una cupola è un enorme oblò puntato verso la terra con attrezzature tecniche, fotografiche e di ripresa. A parte le fievoli luci dei led e dei piccoli schermi delle apparecchiature l’ambiente è nel buio. Di fronte alla cupola un sedile dove, seduto ed immobile, Gustav che fissa la Terra. Sembra finta, una immensa e perfetta sfera blu, verde, ocra, e bianco che occupa quasi tutta la visuale della cupola. E la illumina tutta.


“Gustav, cazzone, finalmente! è mezz'ora che ti cerchiamo. Perché sei qui? Che hai, ti senti bene?”

“.........”

"Rispondi!"

“.........”

Liam tocca una spalla di Gustav

“Gustav rispondi porca puttana, che ti succede…”

Al tocco della mano il grosso norvegese ha come un sussulto e poi lentamente si gira verso Liam. In quel volto che ha visto più cazzotti che carezze, con la barba che cerca inutilmente di nascondere le cicatrici, un naso che sembra disegnato da Picasso, si perdono due occhi azzurri come gli oceani che ha di fronte da cui scendono silenziose e calde lacrime che si perdono tra le rughe di quel volto da vecchio guerriero e con la voce rotta dall’emozione risponde “guarda ........  è …… bellissima …”






Elogio alla Semplicità

Elogio alla semplicità


Questa volta non scriverò un mio racconto ma ne riporterò uno, bellissimo, di John Lane tratto dal suo libro "Elogio della Semplicità" che, incredibilmente, è molto simile alla mia concezione di vita.


Un uomo d'affari vide con fastidio che il pescatore, sdraiato accanto alla propria barca, fumava tranquillamente la pipa.
"Perché non stai pescando?" domandò l'uomo d'affari.
"Perché ho già pescato abbastanza pesce per tutto il giorno"
"Perché non ne peschi ancora?"
"E cosa ne farei?"
"Guadagneresti più soldi. Allora potresti avere un motore da attaccare alla barca per andare al largo e pescare più pesci. Così potresti avere più denaro per acquistare una rete di nailon, e avendo più pesca avresti più denaro. Presto avresti tanto denaro da poterti comprare due barche o addirittura una flotta. Allora potresti essere ricco come me."

"E a quel punto cosa farei?"

"Potresti rilassarti e goderti la vita."

"E cosa credi che stia facendo ora?"


Ecco, per me in queste poche righe c'è il succo della vita.












MONICA (1958 - 2012)

MONICA (1958 - 2012)


Intorno a me solo arido deserto di ombre,

i miei occhi asciutti come questo caldo vento.

Le parole non dette ed il tempo che è passato,

ricordi lontani, nascosti, evitati,

di una vita che è una clessidra,

come questa sabbia che fugge dalle mie dita.

Adesso ho deciso di scriverti una lettera

con le parole che ho dovuto scavare.

L'ho consegnata ad una nuvola

che prima o poi, vedrai, ti troverà

e leggendotela si aprirà finalmente

in un silenzioso pianto.

Tutte le mie lacrime nella pioggia.





di tutte le ferite che mi hanno lasciato delle cicatrici, questa è la più brutta

POLITICAMENTE SCORRETTO

Politicamente scorretto



Adesso posso dirlo: mi sono rotto le palle del politicamente corretto. Abbiamo perso il senso delle cose, la giusta misura, la ragione, il raziocinio.
Tutto deve essere omologato, carino, mai offensivo per le centomila sensibilità diverse, preconfezionato, rispettoso. E porgi l'altra guancia.

A volte, fa bene contare fino a cento e cercare di ragionare, mediare, tollerare.
Altre volte è preferibile la scorciatoia di un sano e liberatorio vaffanculo. Che è la libertà di esprimere le proprie opinioni, pagandone, al limite, le conseguenze.

In questo mi ritengo da sempre politicamente scorretto e se necessario ti rompo il naso. E mai porgerò l'altra guancia.







UN BOLERO DI SOLITUDINE

 Un bolero di solitudine



Ti ho accompagnata davanti alla chiesa per la tua messa serale, io non entro, non credo negli dei creati dagli uomini.

La piccola chiesa è di fronte al mare. Attraverso la strada e mi incammino lento sulla spiaggia in questo tardo tiepido pomeriggio di primavera. Non c'è nessuno, non è ancora stagione. Nessun fastidioso rumore umano.

Mi siedo sulla sabbia davanti al mare. E' ancora calda, piacevole. E guardo il sole che sta tramontando nei miei pensieri, nella sua emozionante bellezza. Leggere onde si appoggiano sul bagnasciuga in un lento ritmo continuo. Il canto delle onde in una calda voce arancione di luce. Una tiepida brezza di mare ha preso il posto del vento di terra portandomi profumi di salsedine e di viaggi sognati.

Una pennellata di acquerello col colore della malinconia mi carezza l’anima, come un bolero di solitudine profondo come il mare davanti a me. La saudade brasiliana che noi occidentali non riusciremo mai a capire.
Ma non è tristezza, è anzi piacevole questa malinconia, perché davanti al mare io mi arrendo e lascio che mi ripulisca la mente dalle brutture di questo mondo. Prendo un pugno di sabbia e lo lascio scorrere tra le mie dita. Come la mia vita che scorre e che finirà, sono già un bel po’ avanti.

Quanti granelli di sabbia ci sono in un pugno? la sabbia scorre lentamente. Vorrei contarli per gli anni che mi restano. Sono una clessidra di carne e ossa. Ogni granello un minuto della mia vita.
Allora la mia vita fino ad adesso è composta da 34.689.600 granelli di sabbia. Sembrano tanti, poi guardo la spiaggia, quanti granelli di vita ci sono in questa spiaggia?

Nel mio pugno di sabbia ci sono granelli di tristezza, di gioia, di amore, di errori, di esaltazione, di amicizia, di piacere, di lacrime e risate, di orrore e paure, di cose dette e non dette, di bugie e verità, di sbagli e cazzate, di sesso e amore, di scelte giuste anche se sofferte, di assenza di rimorsi e di rimpianti, di ricordi che come queste onde mi lambiscono il cuore. Di vita vissuta.
Qualche gabbiano passa sopra di me veleggiando silenzioso nella brezza marina. Da dove vieni, dove vai? Quante sirene hai visto? Quanti capitani Achab?

Il sole lento scende all’orizzonte, nella mente faccio partire una colonna sonora perfetta per questo momento che vorrei fermare per sempre. Un’istantanea di pace e gioia e consapevolezza. Di quanto mi sento piccolo e insignificante davanti a questa immensa poesia della natura. Fermati qui sole. Fermati adesso. Attraversami con questa luce dorata.
Guarda il sorriso sulle mie labbra. Cosciente che sono dentro a una cornice, ma non sono la cornice. E che per essere quadro devo cercare i pennelli giusti ed i giusti colori.
Voglio ubriacarmi col profumo del mare, stordito addormentarmi sotto una coperta di stelle con la luna che mi guarda benevola e materna e risvegliarmi su questa spiaggia col sole che rinasce e mi accarezza col suo calore. E riascoltare il canto delle onde in un altro bolero di solitudine. Così, per sempre. Fino al prossimo tramonto.

Ma la messa è finita, i fedeli escono e tu mi stai aspettando. Il sole ormai è solo una sfumatura di colore. Mi pulisco la mano dalla sabbia della mia vita. E ti raggiungo, un bacio, ti prendo per mano. Stasera ho voglia di pizza e birra.

Va bene così.



LA FOTOGRAFIA

La fotografia


Mi sono ricordato di averti dimenticata.
Ma oggi, aprendo un cassetto pieno di cose della vita raccolte, abbandonate e mai buttate via, mi è finita tra le mani una vecchia foto in bianco e nero con noi due. Eravamo giovani, io più di te di qualche anno. Io sorridevo anche se il mio cuore soffriva, tu inerte.

Ero giovane e coglione, altrimenti non mi sarei innamorato di te.

Eri bella, non c’è dubbio, mi piacevi da morire e ti desideravo come solo un giovane con gli ormoni impazziti può desiderare. Tra l’altro scopavi malissimo, come se fossi  assente, ma ero innamorato, un vero coglione.

Volevi cambiarmi, cambiarmi il carattere, il modo di essere e di pensare, per plasmarmi al tuo ideale di uomo. Ma con me era impossibile anche se ci ho provato. Che coglione, ma ero innamorato.

Mi lasciavi almeno due volte al mese con le scuse più assurde “per mettermi alla prova” così mi dicesti, poi. Ed io soffrivo come un cane perché ero innamorato, che coglione.

Dopo un anno mi si è accesa la spia del troppo pieno, ho saturato. E con il cuore in briciole me ne sono andato, non ero più un coglione e mi ero disamorato.
Ci sei rimasta malissimo, perché pensavi di aver vinto.

E’ durato un attimo, ho buttato via la foto, ho chiuso il cassetto e mi sono dimenticato di averti ricordata.





DESERTO

Deserto



Il vento. Vento caldo che mi attraversa
Sole che lentamente si adagia sulla sabbia
Dune, ininterrotte, infinite, sconfinate, eterne, estreme.
Dune tremanti di calore riflesso danzano ritmi ancestrali
Ondeggianti come onde di un immobile mare

Dune che seppelliscono i nostri antenati, coprono città dimenticate
Popoli che le hanno calpestate, scomparsi, ora sono solo sabbia
Distese di verde sconfinate che vivono ancora nelle leggende tuareg
Miraggi, un nulla fisico, esaltante e pericoloso, incantesimo senza fine

Deserto.
Io lo sento l’odore del deserto? Chiudo gli occhi e respiro lentamente
Forse non lo sentirò, i beduini ed i cammelli me lo possono raccontare
Ombre che si allungano, luce ambrata su colore ocra
Solo gli spiriti che si aggirano non hanno ombra, ma lamenti silenziosi

Deserto, infinito, onde su onde di estesa sterilità
Deserto, infinito, fino ad incontrarsi con il cielo
Dalle lontane pianure della Giudea fino al centro delle rocce del pendio dell'Attica
E poi ancora e ancora, un mantra di polvere
Mi sento schiacciato dal nulla, ed il vento caldo mi attraversa

La maestosità di un mondo atavico che mi chiede rispetto
Guardo l’orizzonte e mi arrendo
Il sole lentamente si nasconde dietro le dune
La mia ombra mi abbandona, tornerà domani, lo so

Mi stendo sulla sabbia ancora calda e guardo il cielo
Nel buio veloce un nuovo deserto fatto di inchiostro e di stelle come granelli di sabbia
Due deserti mi avvolgono, materni, due insaziabili amanti
Momenti di profonda commozione, comunione con l’esistere

Il vento si è placato
Adesso sono io il vento tra le dune.






Prefazione per "L' Ancella Tracica"

Prefazione per "L' Ancella Tracica"
(prefazione che ho scritto per un trattato filosofico sulla fotografia di Manuel Omar Triscari)



Buio… Click… una luciferina luce rossa illumina una piccola stanza.
Un leggero odore di aceto ed un lieve sentore di uovo marcio nell’aria, odori chimici, sospesi. Un vecchio lavello, vaschette di plastica, un vecchio ingranditore su un lato del tavolo da lavoro, pinze in plastica e strumenti vari. Vari spaghi tesi tra una parete e l’altra, appesi con mollette da bucato dei negativi e delle stampe messe ad asciugare.

Una vecchia credenza, sui ripiani scatole di cartone con la scritta Ilford, Agfa.
E’ qui che si compie la “magia”. Luce, alchimia, e passione.
Questa era la mia piccola camera oscura di tanti, tanti anni fa.

Ero un ragazzino con una grande passione per la fotografia, oggi ancor più consolidata.
Fin da piccolo, guardando i libri fotografici che riposavano nelle librerie di casa, mi era scattato qualcosa dentro. Poi mio padre mi regalò una sua vecchia macchina fotografica a pozzetto, una RicohFlex 6x6, me la ricordo ancora benissimo.
Abitavo a Firenze, rione di San Frediano, zona popolare, botteghe di artigiani e restauratori.

Lì ho cominciato a scattare le prime foto, in giro per i vicoli.
Ricordo ancora gli odori di colla, vernici e legno; difficile dimenticare gli odori, si depositano nell’anima.
E così ho cominciato a sviluppare i miei negativi in bianco e nero e stamparli. Quanti errori le prime volte e che gioia quando riuscivo a stampare bene e vedere quello che avevo fotografato. Poi la tecnica si è affinata e gli errori sono molto diminuiti.

Ho cominciato con le sperimentazioni, a farmi gli sviluppi per i negativi e le stampe; più contrasto, meno contrasto, morbidezza dei grigi, neri saturi, dalla grana di stampa finissima alla grossa, che divertimento, quanta esperienza.
Altre macchine fotografiche mi sono passate fra le mani, stessa passione. Poi è arrivato il digitale, ma questo è un altro fotografare.

Ma solo chi ha provato l’analogico, chi si è macchiato le dita di sviluppo, chi ha respirato i vapori di acido acetico del fissaggio, chi ha visto apparire l’immagine su un cartoncino bianco può capire lo stupore e la bellezza della fotografia.
L’occhio vede il soggetto e lo scatto lo blocca sulla pellicola, poi i tuoi occhi e la tua mente devono immaginare il positivo da una immagine negativa proiettata in rosso sulla carta, non facile; ma è con lo sviluppo della stampa che arriva la meraviglia, immagine prima evanescente poi solida, ed è allora che noti i particolari che all’inizio l’occhio non aveva focalizzato.
Magia, pura magia.

E come la stampa fotografica per me è stata magia leggere questo libro di Manuel, il soggetto è la fotografia e tutto intorno i particolari, le ricche e documentate citazioni, l’analisi approfondita e variegata dell’arte fotografica perché di arte si tratta; un approccio diretto e filosofico.
Si parla dei grandi fotografi, tanti gli argomenti trattati dalla foto giornalistica, al reportage di guerra, alla foto artistica ecc. e tutte le sue forme e ramificazioni e sempre in modo chiaro, approfondito ed esaustivo perché la fotografia non è un semplice click ma è qualcosa di più profondo, che bisogna saper leggere ed interpretare.
Nella foto non c’è solo l’immagine ma anche il pensiero e l’emozione che il fotografo vuole trasmettere, il tutto in una infinitesima particella di tempo... click.
La fotografia è emozione.

Ricordo ancora con un brivido, dopo anni, la mostra fotografica al Forte di Bard dedicata a Bert Stern e alle sue foto di Marilyn Monroe.
A parte le bellissime foto, - fu uno shooting molto privato con solo lui e lei in una camera di albergo, dopo pochi mesi Marilyn morì - ce ne fu una che mi colpì come un treno in corsa: una gigantografia in fondo al corridoio, a parete intera. Marilyn era fotografata a mezzo busto, nuda e senza veli, un po’ arruffata con le prime rughe sul viso, lo sguardo malinconico appannato da un po’ troppo alcol, la pelle non più tonica ed un sorriso triste appena accennato.
In questa foto ho visto la “bellezza” pura, crudele e adamantina.
Una emozione incredibile. Uno scatto incredibile.
Se Stern voleva comunicare quel sentimento con me ci è riuscito in pieno, sono rimasto impietrito davanti a quella foto per dei minuti, e mi ha commosso.
E’ quello che ho cercato, e trovato, in questo libro: una spiegazione alle sensazioni che da la fotografia.





questa è una delle mie prime foto: Mariuccia di borgo San Frediano


FOTOGRAFIE     a questo link potete aprire il libro con le mie fotografie

Prefazione per "26 istanti prima"

Prefazione per "26 istanti prima"

Questa è la prefazione che ho scritto per il libro di poesie "26 istanti prima" di Manuel Omar Triscari 



Nella smorfia il numero 26 corrisponde ad un nome di donna: Nanninella o Anna, considerata protettrice delle donne; In numerologia il 2 in particolare è simbolo di dualità e di equilibrio, il 6 indica invece l’amore, il nutrimento, lo sviluppo, la cura della famiglia e degli affetti (ma nello stesso tempo anche la trasgressione legata all’ascolto dei propri impulsi); in latino è il viginti sex, è un numero pari, è un numero semi-primo, è un numero omirpimes, è un numero non-totiente, è un numero di Ulam... Il 26 è tante cose, per me da oggi è anche un bel libro di poesie di Manuel Omar Triscari.

26 istanti prima, che bel titolo! L’istante si può quantificare in una linea temporale? È un istante, un attimo, un lampo, un click fotografico. Ma io posso prendere questi 26 istanti e dilatarli nel tempo a mio piacimento e farli durare anche minuti, ore.

Tutto il tempo che mi serve e di cui ho bisogno per leggere, assaporare e metabolizzare questi 26 quadri dipinti da Manuel con i colori profondi ed intensi della sua anima e le quasi impercettibili immagini della bella Memunatu. Pennellate feroci e leggeri acquarelli.

Devo creare la giusta prospettiva per gustarmi questo suo libro: accendo il fuoco nel caminetto, in sottofondo la calda voce di Sarah Vaughan, il gatto sonnacchioso sulle ginocchia mi guarda mefistofelico, un bicchiere di brandy sul tavolino, la mia poltrona... ora sì che si crea la giusta sinfonia di piaceri!

Apro il libro...

<<il giorno in cui ti conobbi tacquero anche gli aironi e i gabbiani

e ovunque era silenzio e dura la pietra...
>>

Una pagina dopo l’altra, leggendo con calma, assaporando ogni parola. Profondo ed immaginifico. Come nello script di un bravo sceneggiatore, tra le sue righe, mi proietto le immagini nella mente: è anche questo lo scopo della sua poesia.

26 lunghi, caldi, piacevoli istanti prima: scusatemi, ma ora ho da fare...